Antonello da Messina (1430-1479)

Antonello accorda le tecniche prospettiche di Piero della Francesca con la minuziosa cura per i particolari dei maestri fiamminghi.

«Al centro di un grande vano prospettico, san Girolamo è nel suo studio, una specie di macchina teatrale, un ambiente, all’interno di uno più vasto, che ben rende l’intimità del raccoglimento del santo intento alla lettura. A destra la prospettiva del pavimento a piastrelle policrome è rafforzata da quella delle esili colonne sormontate da archi e volte che, catturando la nostra attenzione, ci conducono lentamente verso i due vani aperti del fondo; a sinistra, invece, lo sguardo corre libero verso l’ampia finestra oltre la quale è un placido e dolce paesaggio.
Dall’attento studio degli uccelli in primissimo piano, del gatto e dei vasi nella porzione più avanzata della scatola dello studio, dei libri variamente disposti sui ripiani della libreria e sullo scrittoio di san Girolamo, fino alla minuta descrizione degli uccelli in controluce oltre le bifore, in alto, e del paesaggio al di là delle finestre in basso, è un continuo intersecarsi di minuterie fiamminghe e spazialità prospettica italiana. Ma tutto è reso una cosa sola dalla luce che investe oggetti e architetture». (Cricco, Di Teodoro 2002, p. 357)

Antonello da Messina
San Girolamo nello studio, 1474 ca.
Londra, National Gallery.


Particolari:
gatto accanto alle piante
piante ai piedi del santo
finestra sulla sinistra
bifora in alto.

Albrecht Dürer
San Girolamo nello studio, 1514

L’enigma di Antonello

Nel San Girolamo di Antonello sono assenti alcuni degli attributi iconografici che identificano il santo, ben rappresentati nell’incisione di Albrecht Dürer: la croce, simbolo della Passione di Cristo; la clessidra che ricorda la caducità delle cose terrene; il teschio che invita a meditare sulla morte; i libri che alludono alla sua revisione della traduzione della Bibbia; il cappello cardinalizio che lo identifica come segretario del papa; il leone ferito reso mansueto dalla pietà del santo.

Da ciò si deduce che «Antonello, nel momento in cui, apparentemente, presenta e rappresenta san Girolamo nel suo studio, racconta in realtà una storia che dipana un’avventura esistenziale la quale non coincide – e anzi include informazioni che la rendono altra – con quella attraverso cui l’agiografia era venuta designando e connotando la biografia – storica e leggendaria – del santo. […] Si narra […] di un personaggio del quale è sì taciuto il nome, ma siamo fatti sicuri che ebbe storica identità, nel momento in cui ci si precisa che, alla data di pubblicazione del racconto del quale è protagonista, già aveva perduto la vita [in quanto è ritratto di profilo e ai suoi piedi vi è la pianta funeraria del bosso…]. Ci si assicura che fu di temperamento collerico [testimoniato dalla presenza del gatto], ma che dopo un breve cedimento a quell’umore, conquistò pura tranquillità di cuore grazie all’esercizio della disciplina severa di una scelta monastica e all’applicazione virtuosa all’otium degli studi. Fu devoto alla Vergine [come ci dice la pianta di garofano], aprì la condizione regolare all’impegno secolare, e ciò gli valse il cappello cardinalizio, finalizzò la vocazione umanistica all’esegesi delle sacre scritture per affermare ed esaltare i fondamenti di verità della fede cristiana contro ogni fuorviante tentazione eterodossa [verità simboleggiata dalla pernice e dal bacile]. Ne guadagnò la certezza della conquista della beatitudine celeste [esaltata dal pavone] e il premio di un riconoscimento di immortalità affidato al ricordo degli uomini. Quantunque non si consacrasse esplicitamente a san Girolamo, quantunque non ne abbia portato necessariamente il nome, ne ripropose, nell’esistenza terrena l’esempio. Fu, secondo ogni verosimiglianza, un veneto; anzi: un veneziano, fedele alla Repubblica marciana e da questa protetto [come indica il leone]». (Puppi 2003)

Antonello e i fiamminghi

Nel dipinto del fiammingo Jan Van Eyck «l’illuminazione della scena è estremamente complicata, per la presenza di più fonti di luce: l’arcata aperta del fondo e le vetrate laterali. L’aula è in penombra ma le strutture architettoniche sono accese dalla luce che brilla sugli spigoli dei rilievi; l’abito del cancelliere in adorazione, decorato con preziosi ricami, è intriso di bagliori e luminescenze, come il monile che il Bimbo tiene in mano e l’orlo del manto della Vergine, ricchi di perle e pietre preziose. Al di là delle arcate, il paesaggio d’una città fluviale, immerso nella luce solare, è prodigiosamente riprodotto in ogni particolare». (Bertelli, Briganti, Giuliano 1988, vol. II, p. 298)

Ed è proprio la rappresentazione speculare dei personaggi a condurre l’occhio dell’osservatore verso il paesaggio - punto di fuga della costruzione prospettica – dove la lontananza delle montagne è suggerita dalla nebbia che sfuma i contorni.

Jan Van Eyck
Madonna del cancelliere Rolin, 1435 ca.
Parilgi, Louvre.