Giorgio De Chirico (1928-1978)
L’immobilità del tempo, lo spiazzamento onirico, l’attesa sono i temi della pittura metafisica di Giorgio de Chirico.
Prospettive vertiginose ed illogiche disegnano ampi spazi senza vita, in cui, inquietanti, si proiettano le ombre di immensi colonnati, di statue, torri e di isolate apparizioni umane. «Son più gli enigmi nell’ombra di un uomo che cammina in pieno sole che in tutte le religioni del passato, del presente o del futuro» dirà l’artista.
Giorgio de Chirico
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Giorgio de Chirico
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Giorgio de Chirico
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In questo quadro «un acceso sole mediterraneo divide lo spazio in due zone complementari: una del tutto in ombra, l’altra in pieno sole. La separazione è netta, come nettamente separate tra loro sono le forme. “Luce e ombra, linee e angoli, e tutto il mistero del volume inizia a parlare” scrisse altrove l’autore. […] L’asse obliquo della strada che attraversa l’immagine da sinistra a destra tematizza un incontro futuro. I due attanti sono rappresentati solo in maniera parziale: uno dei due (la bambina) vi è appena entrato; l’altro, all’estremità opposta del quadro, vi figura soltanto come proiezione d’ombra. Non abbiamo nessuna possibilità di stabilire con certezza a chi quest’ombra appartenga. Il suo carattere aggressivo, minaccioso, è tuttavia evidente. Non abbiamo che le dichiarazioni dell’artista, oppure la conoscenza delle altre opere della stessa epoca che ci permettono di capire che si tratta dell’ombra immobile di una statua. Per l’osservatore, non avveduto, l’attesa e la minaccia in atto non possono tuttavia essere separate, ed egli è quasi costretto ad attraversare con l’immaginazione lo spazio vuoto che separa i due attanti. […] Tutto si compie al livello di un conflitto fra ombre: la bambina sembra essere composta della stessa sostanza della sagoma che la sta aspettando dietro l’angolo della strada. È un elemento dinamico (come sottolineato dai capelli e dal vestito mossi dal vento); quanto alla sagoma, se ne sta, immobile, in agguato». (Stoichita 2008, p. 135) |
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Giorgio de Chirico
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Gli ultimi vent’anni della produzione dechirichiana ripropongono spesso la rivisitazione di spazi metafisici.
Il ritorno di Ulisse presenta una luminosa stanza con pochi essenziali arredi, «al centro c’è un mare, piccolo come un tappeto, sul quale naviga a remi Ulisse; sulla parete sinistra è attaccato un quadro, un dipinto metafisico della prima giovinezza; su quella destra una finestra in lontananza, lascia intravedere un tempietto ellenico; sul fondo è una porta socchiusa, dietro la quale vi è il buio. È una facile metafora autobiografica, candida e intensa, svelatamente omerica: de Chirico-Ulisse ha viaggiato e navigato tutta la vita, e da vecchio intravede lontano, da una finestra, la sua infanzia greca, il quadro metafisico simbolo della sua grande pittura, ed egli naviga verso il buio, non pauroso, semplicemente opaco dell’Ade, dietro la porta socchiusa; alla fine quel grande mare è piccolo come un tappeto, e tutta la vita non ha maggiore dimensione o significato di un viaggio in una stanza». (Benzi 2007)
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Giorgio de Chirico
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Metafisica americana
Edward Hopper (1882-1967) è l’occhio metafisico dell’America: scrutatore accorto della solitudine urbana, del racconto silenzioso delle case, il cui effetto di isolamento e desolazione, è sottolineato dal forte contrasto di luce e ombra.
Edward Hopper
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Edward Hopper
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Edward Hopper
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Edward Hopper
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«La casa con le camere per turisti è come una zona di riparo nel cuore della notte. Le stanze illuminate al pianterreno e l’insegna rischiarata all’angolo sul lato della strada promettono sicurezza. Questa regione di familiarità e riparo ha tuttavia un effetto straniante. Dietro le finestre illuminate non si scorge nessuno. […] La doppia sorgente di luce [interna ed esterna…] produce una duplice codificazione del contenuto della tela, sempre più distante dai principi del realismo. Le immagini catturano fantasie inconsce […]». (Renner 2001) Il medesimo disorientamento lo si ritroverà nel quadro di Magritte - L’impero delle luci - che emana un’atmosfera di magica irrealtà in quell’impossibile giustapposizione di due palesi opposti: il giorno e la notte. |
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René Magritte
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