Lucio Fontana (1899-1968)
Il maestro dell’Informale, con la serie dei cosiddetti “buchi” sulla tela e poi con i famosi “tagli”, ha innovato radicalmente il concetto di arte. Questi cicli rispondono all’esigenza di trovare una nuova spazialità che va “oltre” la tela senza rinnegare la “pittura”. «Può sembrare l’ultimo atto della pittura prospettica, quella che apriva lo spazio del quadro come fosse una finestra sul reale: qui l’effetto non è ottenuto con la finzione ma messo in pratica con uno squarcio vero, come fosse uno spioncino sul mondo e al tempo stesso una maniera per dichiarare la crisi della pittura rappresentativa tradizionale». (Vattese 2003)
Concetto spaziale, 1962 |
Concetto spaziale, Iris Clert, 1961
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Nel 1961 l’artista produsse una serie di tele dedicate a Venezia - dai titoli poetici ed evocativi – facendo ampio uso di superfici riflettenti oro e argento combinate, in alcuni casi, con pietre e vetri colorati: un omaggio al bagliore dei mosaici di San Marco e ai vibranti riflessi lunari in laguna. La sequenza di ventidue tele, tutte di formato quadrato, sembra narrare il racconto visivo di un vissuto personale. La materia, attraversata dagli inconfondibili tagli e buchi, è densa e spessa, plasmata da dita che lasciano solchi e vortici: una materia-pittura che sulla tela si fa anche scultura, allontanandosi dalla gestualità informale.
Concetto spaziale, Il cielo di Venezia, 1961
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Concetto spaziale, Mezzogiorno in Piazza San Marco, 1961 |
Concetto spaziale, Venezia era tutta d'oro, 1961 |
Concetto spaziale, In Piazza San Marco di notte con Teresita, 1961 |
Sempre nel 1961 Fontana si recò a New York dove fu presentata la serie delle sue Venezie. La metropoli lo affascinò tantissimo e a tal proposito scrisse: «New York è più bella di Venezia! I grattacieli di vetro paiono delle grandi cascate d'acqua, che cascano dal cielo. Di notte è una grande collana di rubini, zaffiri, smeraldi». E ancora «New York è una città fatta di colossi di cristallo sui quali il sole batte provocando torrenti di luce».
Nel 1962, tornato dall’America, produsse il ciclo Metalli la cui genesi è così spiegata dall’artista stesso: «Come faccio a dipingere questa terribile New York? Mi sono chiesto. Poi tutt’a un tratto m’è venuta un’intuizione: ho preso delle lamiere di metallo luccicante e mi sono messo a lavorarle, ora rigandole verticalmente per dare il senso dei grattacieli, ora sforacchiandole con un punteruolo, ora ondulandole per creare cieli un po’ drammatici, ora riflettendoci dentro un pezzo di stagnola colorata, per ottenere dei bagliori tipo neon. Ed ecco: ho creato dei quadri di lamiera un po’ effettistici, questo è vero, ma a me sembra che nessun’altra materia riesca così bene a dare il senso di questa metropoli tutta fatta di vetri, di cristalli, di orge di luci, di bagliori di metallo».
Concetto spaziale, New York 10, 1962 Concetto spaziale, New York 14, 1962 «Assecondando una inesauribile vena creativa, nel 1964 fontana dà vita al ciclo dei Teatrini condotto fino al 1966: opere composte da una cornice laccata e colorata che inquadra una tela segnata dai caratteristici fori, quasi una ipotesi di “messa in scena” dei “concetti” spaziali e un’originale risposta alla Pop Art, con cui l’artista viene a contatto alla XXXII Biennale di Venezia del 1964». (Campiglio 2008) |
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Concetto spaziale, Teatrino, 1965 Approfondimento«Il secolo appena trascorso è stato teatro in fisica di una enorme trasformazione delle conoscenze. Le teorie di Einstein della relatività ristretta e della relatività generale hanno reciso la maniera antica di concepire i rapporti tra spazio e tempo; con Bohr e Heisenberg la meccanica quantistica ha trasformato il concetto di materia e introdotto quello di caos nel gergo fisico. Fontana conosceva per sentito dire queste teorie, non poteva averne una comprensione piena, ma i suoi gesti e spesso le sue parole testimoniano la volontà di tradurre in immagini proprio il pensiero di Einstein. Era comunque ossessionato dallo spazio cosmico, e già i suoi primi buchi della fine degli anni quaranta disegnano vortici simili a galassie, abissi siderali. Ricordiamo che negli stessi anni iniziò fra Usa e Urss quella competizione tecnologica, ma dagli effetti profondamente mediatici che nel 1967 sfociò nella messa in orbita del sovietico Sputnik 1; lo Sputnik 2 seguì di poco con a bordo la mitica cagnetta LaiKa. La risposta americana fu l’Explorer 1, un satellite lanciato nel 1958, ma furono ancora i russi, nel 1961, a mandare in orbita il primo uomo: l’eroe Juri Gagarin. |
Nel frattempo il volto nascosto della luna era stato fotografato dal Lunik 3, in vista dei primi passi sulla sua superficie, che Fontana vide alla fine della sua vita. Era assolutamente coinvolto, a detta di chi lo conobbe e come leggiamo nei suoi scritti, da queste prove dell’umano sapere congiunto al senso dell’esplorazione. Alla base del suo pensiero stava l’idea che arte, scienza e tecnologia fossero tra loro inscindibili. […] L’atmosfera terrestre era stata perforata dall’uomo e Fontana parlò di spazio con i buchi; con essi intendeva rappresentare formazioni galattiche, stelle, a volte usando pietre e lustrini come fossero astri». (Vattese 2003)
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Concetto spaziale, dalla serie delle “Pietre”, 1954 Concetto spaziale, dalla serie dei “Buchi”, 1952 |
È interessante notare come alcune opere di Fontana sembrino anticipare le immagini rilevate dal telescopio spaziale Hubble, così chiamato in omaggio al famoso astronomo Edwin Hubble (1889-1953), scopritore dell’espansione dell’Universo. Messo in orbita nel 1990, la sua posizione - al di sopra dell’atmosfera - permette di osservare l’Universo a lunghezze d’onda non accessibili dalla superficie del nostro pianeta, come l’ultravioletto.
Telescopio Hubble
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Telescopio Hubble
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