Jacopo Tintoretto (1518-1594)

Jacopo Robusti, detto Tintoretto perché figlio di un tintore di panni, si formò alla bottega di Tiziano da cui imparò l’uso del colore, accendendolo di luce. Introdusse nella pittura veneta, alla maniera di Michelangelo, il plasticismo dei muscolosi corpi rappresentati in pose insolite e difficili, coltivò inoltre l’interesse per i motivi architettonici di carattere scenico e teatrale che caratterizzarono tutta la sua produzione. Nei primi anni l’artista, per valutare la resa delle composizioni, costruiva con particolare cura modelli di cera e di creta che collocava in teatrini di cartone, aggiungendovi quindi dei lumicini per verificare l’effetto di luci e ombre. Tale espediente gli serviva anche per studiare gli scorci dei personaggi posti di sottinsù, sospendendo i modelli alle travature. Il pittore, secondo la tradizione, avrebbe affisso nella propria bottega il motto: “colore di Tiziano, disegno di Michelangelo”.

Per le molteplici e spettacolari invenzioni sceniche, il Miracolo di san Marco suscitò grande impressione, imponendo l’artista sulla scena veneziana.

Tiziano
Assunta, 1516-18
Venezia, Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Michelangelo
La sibilla Libica, 1508-12
Città del Vaticano, volta della Cappella Sistina.

Si tratta del primo dipinto eseguito dal pittore per la sala capitolare della Scuola Grande di San Marco - la più importante confraternita veneziana - probabilmente commissionato da Marco Episcopi, Guardian Grande della scuola e padre della futura moglie di Tintoretto.

L’episodio, ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, narra come per la miracolosa intercessione di san Marco, che spezza gli strumenti di tortura, venga interrotto il supplizio allo schiavo cristiano condannato all’accecamento per essersi recato a venerare le reliquie del santo contro la volontà del proprio padrone.

Jacopo Tintoretto
Miracolo di san Marco, 1547-48
Venezia, Gallerie dell'Accademia.

La concitata azione sembra svolgersi su un palcoscenico delimitato da quinte prospettiche. Qui i personaggi sono disposti secondo due diagonali che convergono sul corpo dello schiavo liberato al quale, scenograficamente, si contrappone in senso opposto la figura fortemente scorciata di san Marco che dall’alto irrompe nella scena, come un supereroe dei nostri tempi, per spezzare gli strumenti di tortura: il palo per cavare gli occhi, la mannaia per staccare gli arti, il martello per fracassare la mandibola. Tutto avviene all’insaputa dei numerosi astanti completamente rapiti dallo stupefacente prodigio e il pittore, che la tradizione riconosce nel ritratto del giovane barbuto a sinistra, ne coglie i diversi atteggiamenti: stupore, commozione, curiosità. L’effetto drammatico è amplificato dalla duplice fonte luminosa: l’una rischiara dal fondo le architetture, l’altra proviene da destra e illumina la scena in primo piano sottolineando l’intensità emotiva dell’evento. Le tensioni dinamiche, i gesti esagitati, i contrasti timbrici, l’intenso cromatismo, l’illuminazione violenta contribuiscono a coinvolgere lo spettatore nel prodigioso miracolo che si sta compiendo.
Tintoretto nel dipinto fa esplicito riferimento ai rilievi in bronzo realizzati da Sansovino per le cantorie della basilica di San Marco. In base alla tradizione iconografica quando un santo è rappresentato in piedi, il miracolo si è compiuto durante la sua vita, quando invece è in volo o sporge da una nuvola, l’episodio miracoloso è avvenuto dopo la sua morte e per sua intercessione.

Jacopo Tintoretto
Autoritratto, 1546-48

Jacopo Sansovino
Miracoli di san Marco, 1537-40
Venezia, San Marco.

      

Jacopo Sansovino
Miracolo dello schiavo, 1541-44
Venezia, San Marco.

Curiosità

Nel Miracolo di san Marco, in primo piano a sinistra, è ritratto Tommaso Rangone che, divenuto nel 1562 Guardian Grande della Scuola Grande di San Marco, ricomparirà nelle altre tre tele del ciclo dedicato al santo e commissionate dallo stesso a Tintoretto.