FRANCESCO PETRARCA
Lettera ad un amico di Bologna - agosto 1321

«[...] quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita. Città ricca d'oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond'è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura.»

Le figure di pensiero

Nell’età della scolastica, Basso Medioevo, lo schema dei vizi e delle virtù si sviluppò e venne definito e organizzato con più rigore. Il predicatore aveva bisogno dell’aiuto delle Summae di esempi e di similitudini, per mezzo delle quali reperire agevolmente simboli corporei di cui rivestire le intenzioni spirituali che desiderava imprimere nell’animo e nella memoria dei suoi ascoltatori.
Virtù e vizio erano nettamente definiti e polarizzati e venivano messe enormemente in risalto le ricompense e le punizioni.
“Di quelle cose che volemo memoria avere, dovemo in certi luoghi allogarne immagini e similitudini.” (regole di Bartolomeo, prima del 1323 in F. Yates, Arte della memoria)

Allegoria

Aristotele la definì metafora continuata; consiste nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
La metafora riguarda una sola parola e presenta una sola immagine; l’allegoria estende, sviluppa la metafora, e accumula le immagini relative al medesimo oggetto e dipendenti dalla medesima metafora, dando vita ad un racconto continuato. L’allegoria si basa su un codice fissato dalla tradizione e non a tutti noto. Per esempio in Dante una lupa magra e insaziabile è allegoria dell’avarizia.