JORGE LUIS BORGES
da Atlante - 1984

"I macigni, i fiumi che hanno la loro culla tra le cime, la fusione delle acque di quei fiumi con quelle del mare Adriatico, i casi o le fatalità della storia e della geologia, la risacca, la sabbia, la formazione graduale delle isole, la vicinanza della Grecia, i pesci, le migrazione delle genti, le guerre dell’Armorica e del Baltico, le capanne di giunco, i rami impastati col fango, l’inestricabile rete di canali, i primitivi lupi, le incursioni dei pirati dalmati, il delicato cotto, i terrazzi, il marmo, i cavalli e le lance di Attila, i pescatori difesi dalla loro stessa povertà, i lombardi, il fatto di essere uno dei luoghi in cui si incontrano l’Occidente e l’Oriente, i giorni e le notti di generazioni oggi dimenticate furono gli artefici. Ricordiamo anche gli annui anelli d’oro che il Doge lasciava cadere dalla prua del Bucintoro e che, nella penombra o tenebra dell’acqua, sono gli indefiniti anelli di una catena ideale nel tempo. Sarebbe qui ingiusto dimenticare il sollecito ricercatore del carteggio Aspern, Dandolo, Carpaccio, Petrarca, Shylock, Byron, Beppo, Ruskin, e Marcel Proust. Alti nella memoria stanno i capitani di bronzo che invisibilmente si guardano da secoli, ai due estremi di una lunga pianura.
Gibbon osserva che l’indipendenza dell’antica repubblica di Venezia è stata dichiarata dalla spada e può essere giustificata dalla penna.
Pascal scrive che i fiumi sono strade che camminano, i canali di Venezia sono le strade per cui camminano le gondole parate a lutto che hanno qualcosa di violini a lutto e che ricordano anche la musica poiché melodiose.
Una volta scrissi in una prefazione “Venezia di cristallo e crepuscolo”. Crepuscolo e Venezia sono per me due parole quasi sinonime, ma il mio crepuscolo ha perso la luce e teme la notte e quello di Venezia è un crepuscolo delicato ed eterno, senza prima né dopo."