EDWARDD MORGAN FORSTER
Passaggio in India - 1924

"[…] e poi venne Venezia. Non appena sbarcato sulla piazzetta, gli fu offerta alle labbra una coppa di bellezza che egli bevve con un senso di slealtà. Gli edifici di Venezia, come le montagne di Creta e i campi d’Egitto, erano al posto giusto, mentre nella povera India tutto era fuori posti. Tra i templi degli idoli e i monti gibbosi lui aveva dimenticato la bellezza della forma, ma senza forma, come può esistere bellezza?
[…] San Giorgio sorgente sull’isola che non sarebbe potuta emergere dalle onde senza di lui, la Salute all’entrata di un canale che non sarebbe il Canal Grande se questa vi mancasse! Nei lontani giorni universitari egli si era avvolto nella variopinta coltre di San Marco, ma adesso gli si offriva qualcosa di più prezioso che i mosaici e i marmi: l’armonia tra le opere dell’uomo e della terra che le porta, la civiltà scampata alla confusione, lo spirito in forma ragionevole, in cui pure permangono la carne e il sangue. Scrivendo cartoline illustrate ai suoi amici indiani, sentì che a tutti loro sarebbero sfuggite le gioie che lui provava adesso, le gioie della forma […]."

Odoardo Fialetti
Veduta di Venezia
Dettaglio della piazza.

IOSIF BRODSKIJ
Fondamenta degli Incurabili - 1989

“[…] tutto questo marmo, pizzi di marmo, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi e modanature, nicchie abitate e disabitate, santi, non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e relative finestre, gotiche o moresche. Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate.
[…] lo scopo comune di tutte le cose, qui, è sempre lo stesso: farsi vedere. E, in ultima analisi, questa città è un vero trionfo del cordato, perché […] qui l’occhio nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. (pagg. 27, 28)
[…] In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo.
[…] La mattina questa luce si affaccia ai vetri della tua finestra, ti schiude l’occhio come fosse una conchiglia, ti chiama all’aperto e si mette a correre davanti a te strimpellando con i suoi lunghi raggi - come un ragazzino scatenato che batte il bastone contro la cancellata di un giardino o di un parco - su arcate, portici, comignoli di mattoni rossi, santi e leoni. “Dipingi, dipingi!” ti grida la luce, scambiandoti per un Canaletto, un Carpaccio, un Guardi… ( pag. 65)
[…] E’ la stessa acqua che ha portato i crociati, i mercatanti, le reliquie di San Marco, i turchi… ha riflesso l’immagine di chiunque abbia vissuto o anche solo soggiornato in questa città, di chiunque sia andato a zonzo per queste strade … Non stupisce che di giorno si colori di verde, come il fango, e diventi nera come la pece di notte, quando fa concorrenza al firmamento…
Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione. Le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli “legati” dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese del Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale. (pagg. 79, 80)
Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.
[ …] Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio …
Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro…” (pag. 108)