|
"E, scendendo per raggiungere la mamma che mi aspettava, […] qui, per tutta la lunghezza della scalinata di marmo, che, come in una pittura del Rinascimento, non si sapeva bene se fosse quella di un palazzo o di una galea, la medesima freschezza e il medesimo senso dello splendore esterno li dava il velario che si muoveva dinanzi alle finestre sempre aperte, dalle quali, in una perpetua corrente d’aria, l’ombra tepida e il sole verdastro filavano come sopra una superficie fluttuante ed evocavano la vicina mobilità, l’illuminazione, la scintillante instabilità dell’onda. Mi dirigevo quasi sempre verso San Marco, con una gioia tanto maggiore in quanto a quella chiesa giungevo in gondola, sì che essa non mi si presentava solo come un monumento, ma come la mèta d’un percorso sull’acqua marina e primaverile che per me faceva con San Marco un’unità indivisibile e viva. Si entrava, mia madre ed io, nel Battistero, mettendo il piede sui mosaici di marmi e paste vitree del pavimento, avendo di fronte a noi le larghe arcate di cui il tempo ha leggermente flesso le superfici svasate e rosee, conferendo alla chiesa, dove ha rispettato la freschezza di quei colori, l’apparenza d’esser composta d’una materia dolce e malleabile come cera d’alveoli giganteschi; e dove invece ha raggrinzito la materia e dove gli artisti l’hanno traforata o lumeggiata d’oro, d’essere la preziosa rilegatura, in un qualche cuoio di Còrdova, del colossale Evangelo di Venezia.[…]" (La fuggitiva, pag. 671)
|
Pavimento a mosaico, XIV-XV secolo
Basilica di San Marco.
|