Paris Bordon
Consegna dell’anello al doge, 1545 ca.
Olio su tela, 370 x 300 cm
Venezia, Gallerie dell’Accademia.

  • Fantasioso scenario urbano
  • Ritratto del doge Andrea Gritti
  • La complessa prospettiva conferisce dinamicità

L’artista

Allievo di Tiziano, il pittore (Treviso 1500 - Venezia 1571) fu sempre attento alle trasformazioni del gusto e, intorno agli anni Quaranta, adottò nelle sue opere suggestive scenografie architettoniche, motivo insolito nell’ambiente artistico veneziano del tempo e ben presto tanto apprezzato da Tintoretto e Veronese.

L’opera

Trasportata a Parigi nel 1797, fu restituita a Venezia nel 1815 e assegnata alle Gallerie.
Originariamente il dipinto era disposto sulla parete sinistra della sala dell’Albergo che, riservata alle riunioni dei confratelli, occupava il piano superiore della Scuola di San Marco. La tela era collocata tra le opere di Giovanni Mansueti e di Palma il Vecchio raffiguranti la Guarigione di Aniano e la Tempesta di mare, ovvero il leggendario e miracoloso salvataggio di Venezia da un pauroso nubifragio grazie all’intervento di san Marco, san Giorgio e san Nicola.

Schema della disposizione originaria dei teleri nella sala dell’Albergo della Scuola Grande di San Marco
(da P. Fortini Brown, La pittura nell’età di Carpaccio, Venezia 1992, pp. 294-95).

Il committente

Nel 1492 la Scuola di San Marco accettò l’offerta dei fratelli Gentile e Giovanni Bellini che, non per guadagno ma per devozione, si proposero di dipingere una grande tela da collocare su un’intera parete nella sala dell’Albergo: La predicazione di san Marco in Alessandria.
È importante sottolineare che il ciclo pittorico della sala prescinde, al momento dell’inizio, dalla definizione di un programma preciso e articolato, definito solo in seguito con l’intento di riprendere i motivi di una perduta decorazione di Palazzo Ducale.

La storia

La leggenda, confezionata in seguito all’inondazione del 1341 (o 1342), narra che, mentre una tremenda tempesta stava per distruggere la città, un uomo si presentò ad un povero pescatore, che trovava riparo presso il ponte della Paglia, chiedendogli imperiosamente di essere traghettato all’isola di San Giorgio. Da qui, dopo aver raccolto una seconda persona, il rischiosissimo viaggio proseguì fino a San Nicolò al Lido dove un terzo si aggiunse. I tre si fecero quindi condurre in mare aperto e, quando comparve un vascello carico di demoni, rivelarono al pescatore terrorizzato la loro identità. San Marco, san Giorgio e san Nicola intimarono alla congrega diabolica di cessare la burrasca e, ricevuto un rifiuto, replicarono con il segno della croce. Subito una folgore colpì il naviglio degli aggressori inabissandolo tra i flutti mentre il mare si placava e il cielo si rasserenava. San Marco porse allora un anello al pescatore incaricandolo di consegnarlo al doge, il mattino seguente in pieno Consiglio, a testimonianza del miracolo avvenuto. Il doge, ricevendo il cimelio, riconoscerà stupefatto l’anello dell’evangelista solitamente custodito presso il Tesoro marciano.

Jacopo Palma il Vecchio e Paris Bordon
Burrasca di mare, 1534
Venezia, Gallerie dell’Accademia.

La composizione

L’artista ambienta la vicenda sullo sfondo di un fantasioso scenario architettonico che riprende il repertorio romano e, ispirandosi agli schemi della prospettiva teatrale offerti dal trattato di Sebastiano Serlio, sviluppa la scena in profondità secondo una complessa successione di piani. Nel grandioso spazio urbano spicca la figura del doge Andrea Gritti mentre, attorniato dai senatori, riceve l’anello dell’evangelista che ne legittima l’auctoritas per volere divino. Ad accompagnare il pescatore sono il guardian grande della scuola, rappresentato alla sua sinistra, e un gruppo di confratelli. Il pittore firma l’opera sul pilastrino del basamento - O / PARI DIS / BORDONO - e disegna la scalinata di scorcio imprimendo così una grande forza dinamica alla composizione dal taglio ardito e dalla cromia fredda e smagliante. Sullo sfondo si riconosce l’unico elemento architettonico realistico: il campanile della Madonna dell’Orto eretto nel 1503. E proprio in “contrà de la Madona del’Orto over de san Marcilian” abitava il pittore.

Perché esaltare il doge Andrea Gritti (1523-1538) nell’allegoria della salvezza di Venezia?

Gritti fu l’eroe che nel 1509, dopo la sconfitta subita dai veneziani ad Agnadello, riconquistò e difese Padova dagli eserciti imperiali della Lega Santa. Questa vittoria, prima del precipitare degli eventi, fu ritenuta un segno di riscossa e di salvezza per Venezia che, a causa della guerra, vedeva allontanarsi quella missione di giustizia e di pace a cui era predestinata. Il ritratto dunque, avvalendosi del ruolo esercitato a suo tempo dal comandante, esalta la figura del doge che, salvator patriae per volere divino, nel 1534 elabora la renovatio urbis: quel programma edilizio concepito per celebrare la grandezza e l’immagine di Venezia. E nel dipinto la sua actoritas si riflette nella città rinnovata forse secondo i suoi progetti. Il doge aveva infatti previsto l’ingrandimento di Palazzo Ducale “gettando a terra le case oltre il canale di palazzo, per accrescere ornamento d’horti, et altri regii alloggiamenti, per decorare la grandezza de’ veneti principi”. (Puppi 1994, pag. 53)