Venezia-Venusia, la città nata dal nulla come Venere dal mare. Il leggendario racconto è il riflesso di un programma politico e ideologico coltivato dallo Stato per affermare l’originaria indipendenza della città che, non avendo passato, non poteva conoscere subordinazioni e servitù.
|
Sebastiano del Piombo
|
|
L’artista
Sebastiano Luciani detto del Piombo, (Venezia 1485 ca. - Roma 1547), formatosi alla scuola di Giovanni Bellini, assimilò ben presto il pittoricismo sfumato di Giorgione. Il suo deliberato riferimento all’arte antica e la sua inclinazione alla monumentalità compositiva gli favorirono l’ingresso nell’ambiente romano dove si trasferì nel 1511.
L’opera
Il dipinto, nella narrazione del mito, rispecchia il tumultuoso contesto culturale e politico veneziano dell’epoca.
Il committente
L’opera fu forse commissionata da un esponente dell’aristocrazia lagunare appartenente a quel gruppo elitario ostile alla guerra.
La composizione
Il dipinto presenta Venere che, consolata invano da Cupido, piange il corpo riverso e senza vita di Adone ucciso dal feroce cinghiale. Alle sue spalle si dispiega un complicato gruppo di figure. “Non v’è dubbio che nell’accoppiata della figura ignuda coronata e di quella vestita s’abbiano a riconoscere, rispettivamente Persefone e Cerere nell’armonica unione ricomposta al di là del ratto, quando la prima, lasciate le profondità oscure delle rive dell’Acheronte, sale nelle regioni luminose – di boschi, di fiori, di prati verdeggianti e di campi ricchi di messi – ritrovando la compagnia delle ninfe e ricongiungendosi alla madre. La dimensione felice […] dell’unione delle dee, trova un’accentuazione di designazione nella presenza del barbuto, nel quale non è difficile identificare Pan, dio della vita agreste […]. Spazio, nella sua totalità, […] di un’armonica condizione di vita, sottolineata dalla zampogna a sette canne che rimanda alla musicale armonia cosmica.” (Puppi 1994, pag. 85)
|
L’insieme allude quindi alla punizione inflitta all’amore trasgressivo che unisce Venere e Adone, quell’amore che, animato dalla sola passione, è destinato alla morte e alla desolazione. Venezia appare rappresentata, sullo sfondo, attraverso gli edifici del potere: il Palazzo Ducale, la basilica marciana, la torre dell’orologio, il campanile ancora privo della cuspide che sarà alzata dopo il 1514. L’identificazione tra Venezia e Venere, Venezia-Venusia, rimanda alla guerra cambraica che, dopo la sconfitta di Agnadello, minaccia di morte lo Stato. Una morte, che con angoscia, è vista come la giusta punizione per avere tradito la missione di giustizia e di pace consegnatale dall’atto divino della sua fondazione, missione che garantiva alla città eletta di “conservare il fiore di sua verginità”. |
|
Il mito racconta che…
Venere, indispettita dalla trascuratezza di Mirra per il suo culto, la punì facendola innamorare del padre Cinira, re di Cipro, con il quale la giovane giacque per dodici notti. Quando Cinira scoprì l’identità dell’amante, tentò di uccidere la figlia che, fuggendo disperata, supplicò gli dèi di renderla invisibile e questi, impietositi, la trasformarono nell’albero della mirra. Nove mesi più tardi un cinghiale spaccò la corteccia dell’albero dal quale uscì Adone. Venere, impressionata dalla bellezza del neonato lo nascose in un cofanetto e, per sottrarlo allo sguardo degli dèi, lo affidò a Persefone, regina dell’Oltretomba, che a sua volta se ne innamorò e si rifiutò di restituirglielo. A risolvere la questione intervenne Giove stabilendo che Adone trascorresse un terzo dell’anno con ciascuna dea e il resto a suo piacimento. Il giovane, che concesse a Venere anche la propria parte, fu assalito da un cinghiale mentre cacciava nella foresta: Perse così la vita proprio come l’aveva ricevuta e dallo sgorgare del suo sangue nacquero gli anemoni. Venere disperata, nel vano tentativo di soccorrerlo, si punse con una spina di rose e con il suo sangue colorò i fiori di rosso.
Cerere, dea della terra e dell’agricoltura, cercò invano la figlia Persefone rapita dal dio degli Inferi, Plutone, per farla sua sposa. Appresa la verità da Sole, la dea incollerita provocò l’inaridimento della terra rendendo i raccolti infruttuosi. Giove, padre della fanciulla, fu quindi costretto a intervenire stabilendo che Persefone trascorresse due terzi dell’anno sulla terra e un terzo nel regno dei morti.