MARCEL PROUST
Alla ricerca del tempo perduto - 1922-1923

"Il sole era ancora alto nel cielo quando mi recavo a incontrare mia madre nella Piazzetta: Chiamavamo una gondola. – questa grandezza così semplice, come sarebbe piaciuta alla tua povera nonna! – mi diceva la mamma, indicandomi il Palazzo Ducale, che fissava il mare col pensiero che gli era stato confidato dal suo architetto e che fedelmente conservava nella muta attesa dei dogi scomparsi. – Le sarebbe piaciuta anche la dolcezza di quei colori rosei, perché non è mai leziosa. Come sarebbe piaciuta Venezia a tua nonna! Quanta familiarità, pari a quella della natura, avrebbe trovata in tutte queste bellezze tanto piene di cose da non aver bisogno di nessuna apparecchiatura e da potersi presentare come sono: il Palazzo Ducale, con la sua forma cubica, le colonne che tu dici esser quelle del palazzo di Erode in mezzo alla Piazzetta, e, ancor meno messi ad arte, posti là come se non ci fosse stato altro posto, i pilastri di San Giovanni d’Acri e quei cavalli sul balcone di San Marco! A tua nonna vedere tramontare il sole sul palazzo dei dogi sarebbe piaciuto come un tramonto in montagna -. E c’era, infatti, una parte di vero in quel che mia madre diceva, perché, mentre la gondola ci riaccompagnava risalendo il Canal Grande, si guardava la fila dei palazzi, fra i quali passavamo, riflettere la luce e l’ora sui loro fianchi rosati e mutare con quelle, non come abitazioni private e monumenti celebri, quanto piuttosto come una scogliera di marmo che si costeggi, la sera, in barca, per vedere il tramonto.
Così, disposte ai due lati del canale, le abitazioni facevano pensare a luoghi naturali, ma di una natura che avesse creato le proprie opere con un’immaginazione umana. Ma, in pari tempo, - per il carattere sempre urbano degli aspetti offerti alla vista, fin quasi in mare aperto, da Venezia, su quelle onde dove due volte il giorno si fan sentire il flusso e il riflusso e che volta per volta coprono con l’alta marea e scoprono con la marea bassa le magnifiche scalinate esterne dei palazzi, - come avremmo fatto a Parigi sui boulevards, agli Champs-Elysées, al Bois, in ogni largo viale di moda, nella luce polverosa della sera, incontravamo signore elegantissime, quasi tutte straniere, che, mollemente appoggiate ai cuscini della loro carrozza natante, si fermavano in fila dinanzi a un palazzo per la visita a un’amica, facevan domandare se fosse in casa; e, mentre, aspettando la risposta, preparavano per ogni occorrenza il loro biglietto di visita, come avrebbero fatto alla porta del palazzo Guermantes, cercavano nella guida di qual epoca, di quale stile fosse il palazzo, non senza esser scosse come al sommo di un’onda turchina dai moti dell’acqua scintillante e impennata, spaurita d’esser rinchiusa fra la danza della gondola e l’eco del marmo. E così le passeggiate, anche quelle per andare a trovare qualcuno e lasciargli il proprio biglietto da visita, erano triplici e uniche in quella Venezia dove il semplice via vai mondano assume contemporaneamente la forma e il fascino d’una visita a un museo e di una gita in mare." (La fuggitiva, pagg. 653, 654)