John RUSKIN
Le pietre di Venezia - 1851-1853

"Ora vorrei che il lettore s’immaginasse di essere all’entrata della Piazza San Marco, detta Bocca di Piazza. Traversiamo senza indugio la zona d’ombra dei pilastri fin dove sfocia Bocca di Piazza. Fra questi pilastri s’apre una luce abbacinante e in mezzo a essa, mentre avanziamo lentamente, vediamo ergersi il campanile di San Marco sopra un lastricato di pietre a scacchiera, mentre da ogni lato gli innumerevoli archi si prolungano in ordinata simmetria, come se i casamenti rozzi e irregolari che sovrastano la viottola oscura avessero receduto ubbidendo celeri a un comando, e i loro muri in rovina e i grezzi edifici si fossero trasformati in arcate decorate da eleganti sculture e in colonne scanalate di marmi delicati.
E possono ben retrocedere, perché oltre queste schiere di archi sorge dalla terra in bell’ordine una visione e tutta la grande piazza sembra che si apra in atto reverenziale perché possiamo meglio guardarla da lontano: una folla di pilastri e di bianche cupole agglomerate in una lunga e bassa piramide dal cromatismo luminoso; un forziere in parte d’oro, in parte d’opale e di madreperla. In basso si aprono cinque grandi arcate ricoperte sul soffitto da stupendi mosaici, e alla base da sculture di alabastro chiaro come l’ambra e delicato come l’avorio; sculture fantastiche, sinuose, di palme e di gigli, uva e melograni, uccelli posati e in volo fra i rami, avvolti in un intreccio infinito di fiori e di piume; e in mezzo forme solenni di angeli muniti di scettro e dalle vesti fino ai piedi, proni l’uno verso l’altro attraverso i cancelli, indistinti nel bagliore del fondo dorato che traluce fra le foglie che hanno di lato. Un bagliore fosco e discontinuo come la luce del mattino allorché recedeva fra i rami dell’Eden, quando i suoi cancelli furon posti per la prima volta sotto la custodia degli angeli, secoli e secoli or sono.
Attorno ai muri dei portici s’ergono le colonne di pietre variegate, porfido e diaspro, serpentino dal verde intenso, maculato da fiocchi di neve, e marmi che or negano or offrono al sole, come Cleopatra, “le loro vene più azzurre da baciare”, affinché l’ombra che si ritira riveli una dopo l’altra le linee ondulate d’azzurro, così come la marea che recede lascia vedere la sabbia striata dalle onde. I capitelli sono ricchi di intrecciati ricami, grovigli di verzure abbarbicate e foglie accartocciate d’acanto e di vite, e mistici segni che traggono origine e trovano termine nella croce. Sopra di essi, nei possenti archivolti, l’interrotta catena del linguaggio della vita: angeli, simboli celesti, fatiche degli uomini, ciascuno nella sua stagione preordinata sulla terra; e sopra ancora un altro ordine di splendidi pinnacoli frammisti ad archi candidi dai fiori scarlatti, in una profusione di delizie in mezzo a cui si vedono i petti dei cavalli greci scintillare nel fiato della loro aurea energia e il leone di San Marco, erto su campo azzurro cosparso di stelle, e infine, al colmo dell’estasi, le creste degli archi si frangono in spume marmoree e si scagliano lontano nel cobalto del cielo in serti e in fiammate di spuma scolpita, come se le onde che si frangono sulle spiagge del Lido si fossero rapprese nel gelo prima ancora di ricadere e le ninfe del mare le avessero incrostate di corallo e di ametista." (pagg.58-59)

Attraverso l'uso di frasi arricchite da molte subordinate e da aggettivi che evidenziano la bellezza di Venezia, l'autore riesce a trasformare ogni piccolo particolare in sublime, trasmettendo così al lettore la sensazione di una bellezza inimitabile. (G. Tiepolo classe II D)

Questo brano mi ha colpito molto, soprattutto perché ho vicino a casa una delle più belle città al mondo, ma proprio per questo si può dire che la "ignoro" e, grazie a questo brano, sono riuscito ad apprezzare Venezia. (J. Menegazzo classe II D)