PAOLO VERONESE

Paolo Caliari, nato a Verona, si forma nella città natale aderendo alla corrente manierista. Molto giovane si trasferisce a Venezia dove, apprezzato dall’anziano e influente Tiziano, viene introdotto presso nobili, enti ecclesiastici nonché presso la Repubblica stessa. Il Veronese al tonalismo predilige l’uso dei colori complementari che, accostati, danno un risultato luminoso e squillante.

Paolo Veronese
Convito in casa Levi, 1573
Olio su tela. 555 x 1310 cm
Venezia, Gallerie dell’Accademia.

“[…] Poiché per ogni possibile colore esiste per definizione un suo complementare è facile comprendere quale ricchezza possa aver raggiunto la tavolozza dell’artista e che diversità d’impostazione vi sia rispetto a quella di Tiziano che, al massimo, usava i tre colori primari, i tre secondari e qualche tocco di bianco e di nero. Inoltre le ombre del Veronese non saranno mai nere (come non lo sono del resto nella realtà), ma riprenderanno per trasparenza il colore della superficie sulla quale si proiettano e, per riflessione, quello del corpo che le genera. L’ombra di una mela rossa su una tovaglia azzurra, ad esempio, potrà essere direttamente viola (colore secondario generato dall’unione dei primari rosso e azzurro) e non bruno-azzurognola. […] La luce della pittura veronesiana è nella pittura stessa: nella sapiente contrapposizione dei complementari, nell’armonioso accostamento dei caldi e dei freddi, nella vivezza dei colori puri, usati senza chiaroscuro e senza tonalismi.” (Cricco, Di Teodoro, pag. 470)

Egli applica intuitivamente alcune leggi ottiche rappresentate nel cerchio cromatico da Johannes Itten (1888-1967).

  

Dalle terre e dalle ocre il pittore deriva quell’infinita gamma di gialli, rossi, bruni e verdi. All’azzurro d’oltremare preferisce il biadetto (azzurrognolo) e quei grigi azzurrini li ricava mescolando alla calce il nero, ottenuto con carbone di quercia o di vite. Il rosso fulgido, che sembra possedere una luce propria, nasce dall’unione del rosso cinabro con la trementina veneta e il famoso “verde Veronese” dal verderame distillato, macinato in aceto e mescolato con olio e poca trementina. Quindi, una volta asciutto, verniciato con sandracca: resina trasparente di colore giallo ricavata da una conifera dell’Africa settentrionale.

Veronese possiede un’eccezionale abilità strutturale e prospettica che gli permette di unificare mirabilmente architetture, spazio e figure. Spesso, attraverso modellini di creta o di terracotta, studia le sue scenografiche composizioni che rispecchiano uno stretto legame con il teatro contemporaneo. Egli sembra conoscere bene il Trattato sopra la Scena di Serlio, apparso a Venezia nel 1560, dove si consiglia di ornare gli attori con “gioie lucentissime” e di illuminare dall’alto la scena con fiaccole per creare effetti di colore “straordinariamente vivaci, brillanti, luminosissimi”. Quelle scenografiche nuvole, dimora di angeli e santi, avranno tanta fortuna nel teatro barocco. Il costante “dialogo” con l’architettura e con il teatro si rivela nei grandiosi spazi architettonici, nell’abbondante impiego di balaustre e scalinate che, disegnate di scorcio, danno una grande forza dinamica alla composizione.

Capolavoro di perfetta integrazione tra pittura e architettura è Villa Barbaro dove l’artista crea una stupefacente scenografia sfondando illusionisticamente le pareti per rappresentare paesaggi e finti personaggi in finte architetture.

Paolo Veronese
Giunone versa doni su Venezia, 1553-1556
Olio su tela. 365 x 147 cm
Venezia, Palazzo Ducale.

Paolo Veronese
Affreschi, 1561-62
Maser, Villa Barbaro.

Andrea Palladio
Villa Barbaro, 1555-59
Maser (Treviso).

Nella “bottega” del Veronese, azienda a conduzione familiare, lavorarono il fratello Benedetto che fu suo aiuto per circa quarant’anni, i figli e un nipote. Questi, alla morte dell’artista (1588), mantennero l’attività con la qualifica di Haeredes Pauli.