Convento della Carità oggi Gallerie dell’Accademia

Nel 1561 Palladio presentò ai Canonici Lateranensi il modello per il loro monastero; l’ambizioso progetto fu parzialmente realizzato e in parte distrutto da un incendio nel 1630.

L’architetto, basandosi unicamente sul testo di Vitruvio, ricostruì la domus romana, con un atrio scoperto e un peristilio a tre ordini di arcate. Nei Quattro Libri dirà: «Ho cercato di assimigliar questa casa a quelle de gli Antichi: e però vi ho fatto l’Atrio Corinthio…».
«Sia la sagrestia, che una piccola sala che vi corrisponde, connesse ambedue all’atrio a mo’ di ali, sono da lui definite “tablinum”, dal nome di quella stanza della casa antica che collega l’atrio al peristilio. Dall’atrio si penetra nel chiostro, che essendo troppo ampio per un solo ordine gigante, fruì di un sistema triplice, derivato da quello del Colosseo». (Wittkower 1994, p. 81)
A parte le basi e i capitelli in pietra, l’intero edificio fu realizzato in cotto e poi dipinto con una vernice rossa per uniformare le differenze cromatiche dei singoli elementi in argilla cotta.

Canaletto, nella veduta commissionatagli dal console inglese a Venezia Joesph Smith, non riprende l’edificio quale era alla metà del Settecento, ma, ricorrendo alla consultazione dei Quattro Libri, rappresenta quanto poteva ammirarsi del progetto originario.

Andrea Palladio
Il convento della Carità
Da I quattro Libri dell’Architettura. (Venezia 1570, II, pp. 30, 31)

    

Giovanni Antonio Canal detto Canaletto
Il chiostro della Carità, 1743-44
Olio su tela, 107,6 x 129,5 cm
Windsor Castle, Raccolte Reali.

Andrea Palladio
Convento della Carità
Sezione
Da I quattro Libri dell’Architettura.

L’elegante scala ovata, sviluppata in un vano apposito, fu una novità clamorosa a Venezia dove, solo da pochi decenni, si era abbandonata la tradizione delle scale esterne.
Comunicante con il tablino-sagrestia, la scala-torre doveva forse evocare la funzione del campanile

Palladio, quando realizzò la fuga di lastre marmoree a sbalzo, dovette sentirsi di nuovo scultore: i gradini e i pianerottoli trapezoidali, pesantissimi monoliti, si incastrano nel muro come se nascessero senza fatica. Le nicchie, che dovevano accogliere statue come previsto in altre parti dell’edificio, alleggeriscono le pareti e forse, proprio per diminuire la consistenza e il peso della muratura, l’architetto ne sovrappose due ravvicinate dove la scala si conclude.

«Non è nient’altro che una scala a chiocciola, ma non ci si stanca mai di salire e scendere» scriverà Goethe nel suo Viaggio in Italia.

Andrea Palladio
Il convento della Carità
Sezione scala
Da I quattro Libri dell’Architettura.

Planimetria del tablino e della scala ovata. (G. D’Agaro, V. Pelzel, 1965)

«La figura chiave per i rapporti di Palladio con la Francia fu Marcantonio Barbaro. Egli forse gli fornì i disegni della scala a doppia ellisse del castello di Chambord, che compare trasformata nei Quattro Libri, diventando l’unico progetto moderno non italiano del libro. […]
Palladio scrive: “Un’altra bella maniera di Scale à lumaca fece già fare à Sciambur luoco della Francia il Magnanimo Re Francesco in un Palagio da lui fabricato in un bosco, et è in questo modo. Sono quattro Scale, le quali hanno quattro entrate, cioè ciascuna la sua, et ascendono una sopra l’altra, di modo che facendosi nel mezo della fabrica; ponno servire à quattro appartamenti, senza che quelli, che in uno habitano, vadano per la scala dell’altro: e per esser vacua nel mezo; tutti si veggono l’un l’altro salire, et scendere, senza che si diano un minimo impedimento”. Palladio mostra quattro scale a chiocciola che si incrociano, costruite attorno a un centro aperto, come alla Carità. […]
Le scale di Palladio non sono visibili dalle quattro sale, come nel caso di Chambord; esse danno su quattro separate sale a quattro colonne». (Burns 2008, pp. 220, 223)

Andrea Palladio
Da I quattro Libri dell’Architettura. (Venezia 1570, I , p. 65)

Gallerie dell'Accademia