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Piero della Francesca
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L’opera L’emblematica opera, dipinta da Piero della Francesca per la corte di Urbino, ha dato adito a più interpretazioni nelle quali non ci avventureremo. Ma possiamo certo notare il nitido ordine spaziale, l’equilibrio perfetto fra vuoti e pieni, la sublime staticità degli enigmatici personaggi dislocati come pedine su una magica scacchiera, la luce che accarezza le architetture, «il senso quasi ipnotico della bellezza che diventa teorema». (Paolucci). |
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La composizione L’opera fu definita da Roberto Longhi «congiunzione misteriosa di matematica e pittura».
Complessa è la composizione prospettica: l’orizzonte è posto molto in basso per aumentare l’imponenza delle figure e l’asse centrale, che divide in due il dipinto, coincide con la fine della fuga delle colonne.
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Studio prospettico. |
Restituzione della pianta. |
«Nell’universo visibile le cose ci appaiono come sono e come sono possono essere riprodotte, perché l’intersezione prospettica garantisce certezza di misure e di rapporti. Ma le cose appaiono come sono e come sono possono essere riprodotte perché la luce diversamente le distingue a seconda della loro specificità materica. […] L’uno e l’altro […] sono metodi totali di approccio scientifico alla realtà. Sono anche metodi compatibili l’uno con l’altro e l’uno nell’altro integrabili”. […] Come sia possibile integrarli lo dimostrò Piero». (ibidem 2007, p. 34)