Evaristo Baschenis

Il celebre pittore bergamasco Evaristo Baschenis (1617-1677) fu l’indiscusso protagonista della natura morta raffigurante quasi esclusivamente composizioni di strumenti musicali. Raffinato estimatore del loro valore estetico, li rappresenta anche nell’Autoritratto che lo coglie nell’atto di suonare la spinetta, mentre un giovane si appresta ad accompagnarlo con la mandola.

Autoritratto con strumenti musicali, 1670 ca.
Bergamo, Collezione privata.

Strumenti musicali

Sin dal 1670 otto tele di tale soggetto decoravano la biblioteca del monastero di San Giorgio Maggiore a Venezia. Nel corso dell’Ottocento l’insieme andò disperso; questo dipinto, consegnato all’Accademia nel 1838, è l’unico riconducibile con certezza al gruppo.

Strumenti musicali
Venezia, Gallerie dell’Accademia.

Il pittore «elaborò una sofisticata immagine in cui il tendaggio è una sorta di sipario teatrale che si apre permettendoci di accedere ad un gioco di nitide forme geometriche in una sospensione quasi metafisica. L’elegante raffigurazione di oggetti reali, al di là dell’interpretazione simbolica, crea un’atmosfera assorta e meditativa che ben si addice all’ambiente silenzioso di una biblioteca. Nel dipinto mancano gli elementi tipici della Vanitas, quali il teschio, la clessidra, la candela […] qui simboleggiati dalle corde rotte dello strumento musicale e dal fiore reciso. Il perno della composizione è il prezioso stipo d’ebano intarsiato d’avorio, particolareggiato nei dettagli quali i mascheroni che decorano la serratura e la maniglia o l’immagine centrale di una figura maschile in uno spazio aperto, nei pressi di una albero, con il braccio alzato. Accanto vi è un mappamondo illustrato, posizionato sull’America del nord e sull’oceano Pacifico […] che allude al limite umano e alla vanità del sapere. Intorno, cinque strumenti – flauto, bombarda, violino con arco, liuti – e annotazioni musicali; nel foglio in primo piano esse sono solo abbozzate, in quello posto tra i due liuti, pur essendo leggibili, non costituiscono una melodia. In corrispondenza del fiore reciso, un garofano – spesso simbolo di pegno d’amore -, vi è una lettera aperta, che potrebbe alludere ai segreti della coscienza […]. Baschenis studiò accuratamente le costruzioni spaziali dei suoi interni […] e nella scelta della loro disposizione valutò i rapporti cromatici, contrapponendo ad esempio i fogli bianchi e il nastro alle tinte calde del legno, nella nitida luce cristallina di una composizione sapientemente equilibrata. La ricerca luministica raggiunge esiti di pregevole eleganza, soprattutto nella resa dei tessuti e delle superfici degli oggetti. Il fondo è indistinto ma la disposizione angolare degli elementi e il punto di vista leggermente rialzato suggeriscono la profondità» (Rossi 2005).

Per approfondire l'argomento relativo alle tante declinazione della luce nell'arte, consulta Luci e ombre.

La natura morta

«L’interesse di Leonardo per il mondo vegetale è in gran parte in funzione della pittura, ma i suoi disegni botanici sono studi analitici talmente dettagliati da assumere valore scientifico, condotti con impegno critico nei confronti delle struttura microcosmica della natura. Per tali peculiarità innovative le indagini botaniche di Leonardo, se pur non guidate da una ricerca sistematica, staccandosi profondamente dalle precedenti raffigurazioni di flora, decorative e stilizzate, creano un nuovo naturalismo su base empirica, che diventa la base più profonda e importante per la futura nascita della natura morta, proprio in Lombardia, dove l’eredità da lui lasciata influenzerà le generazioni successive» (Perissa Torrini 2005).

La natura morta come genere pittorico autonomo si afferma nel Seicento e il fiore figura tra i soggetti più frequentemente rappresentati. Le composizioni floreali di Jan Brueghel il Vecchio coniugano il tema stagionale all’abilità di riprodurre le diverse qualità tattili e cromatiche del giardino. «Le soluzioni adottate dal pittore fiammingo, il cui rapporto con il cardinal Borromeo sarà determinante per l’affermazione di una “maniera” lombarda della natura morta, conosceranno la divaricante alternativa della composizione di bouquet di ridotta ampiezza e di quella della “cattedrale” di fiori, in cui le diverse specie vengono unite in un continuo variegato, innaturale dal punto di vista architettonico, ma caratterizzato da un’abilità nella distinzione del singolo fiore capace di soddisfare quel principio della meraviglia particolarmente apprezzato nel primo Barocco» (Veca 1990).

Leonardo da Vinci
Studio di fiori
Venezia, Gallerie dell’Accademia, Gabinetto dei Disegni e Stampe.

     

Jan Brueghel il Vecchio
Vaso di fiori, 1599
Vienna, Kunsthistorisches Museum.


Jan Brueghel il Vecchio
Fiori in vaso
Cremona, Museo Civico.


Frutti, fiori e ortaggi sono gli ingredienti fondamentali dei quadri dell'Arcimboldo che seppe intrecciare l'aspetto capriccioso e bizzarro con la precisa e accurata riproduzione del mondo naturale. Le nature morte rappresentate nelle cosiddette "teste reversibili", se capovolte, prendono magicamente le sembianze di personaggi "ridicoli".

Arcimboldo
Ortaggi in una ciotola o L'ortolano, 1590
Cremona, Museo Civico Ala Ponzone.

Arcimboldo
Canestro di frutta, 1590

Gli oggetti rappresentati nella natura morta racchiudono sempre significati simbolici.

Jan Brueghel il Giovane
Vanitas
Torino, Galleria Sabauda.

La presenza del teschio, del fiore appassito, del frutto marcito, di uno strumento musicale rimanda esplicitamente alla Vanitas ovvero alla fugacità della vita, della bellezza.

Scuola napoletana
Sic transit gloria mundi, seconda metà del XVII secolo. 

Evaristo Baschenis
Strumenti musicali
Collezione privata.

Per approfondire l'argomento relativo alla Vanitas, consulta Le forme dei numeri scegliendo dal menù Approfondimenti e quindi Gallerie dell'Accademia - Malinconia.

Lo sapevi che…

Nella lingua italiana il termine “natura morta”, che definisce la pittura del soggetto inanimato, deriva da una cattiva interpretazione dell’espressione “nature inanimée”, utilizzata da Denis Diderot a proposito della pittura di Chardin. Nel suo resoconto al Salon del 1769, scriveva: «Chardin è un imitatore della natura così rigoroso, un giudice così severo di se stesso, che di lui ho visto un quadro di selvaggina che non ha mai finito, perché, essendosi imputriditi dei coniglietti che erano il modello su cui lavorava, disperò di poter raggiungere, con altri esemplari, l’armonia che aveva in mente. Tutti quelli che gli portarono erano o troppo scuri o troppo chiari» (Merle Du Bourg 2010).

Jean Siméon Chardin
Due conigli con un carniere e una sacca per polvere da sparo, 1755 ca.
Amiens, Musée de Picardie.

Jean Siméon Chardin
Nécéssaire del fumatore, 1735-1737
Parigi, Louvre.

Gli strumenti del fumo alludono al piacere effimero: dalla fiamma alla cenere.

Verso l'installazione

«I tavoli a spirale di Mario Merz, costruiti usando la scala numerica di Fibonacci e coperti di mele, zucche, grappoli, giornali quotidiani e fascine, si riallacciano alla bellezza tragica delle nature morte con frutta bacata, raccontando con frutta vera il tempo nel suo scorrere, placido in apparenza ma in verità impetuoso» (Vettese 2010).

Paesaggio moderno, 1976

La frutta siamo noi