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L’arte della memoria«Pochi sanno che i greci, inventori di tante arti, inventarono anche un’arte della memoria, che, come tutte le altre, venne trasmessa a Roma e da lì passò nella tradizione europea. Quest’arte cerca di fissare i ricordi attraverso la tecnica di imprimere nella memoria «luoghi» e «immagini». Catalogata, di solito, come «mnemotecnica», nei tempi moderni sembra un ramo piuttosto secondario dell’attività umana. Ma nelle età precedenti l’invenzione della stampa, una memoria ben addestrata era d’importanza vitale; e la manipolazione delle immagini nella memoria deve sempre, in qualche misura, coinvolgere la psiche come un tutto. Inoltre un’arte che usi per i suoi «luoghi» di memoria l’architettura contemporanea e per le sue «immagini» l’arte figurativa contemporanea, deve avere, come le altre arti, un periodo classico, uno gotico e uno rinascimentale» (Yates 1972, p. XVII). Tutto sembra avere inizio quando il poeta Simonide di Ceo, invitato ad un banchetto offerto da un nobile di nome Scopa, decanta in suo onore un poema che include lodi a Castore e Polluce. Stizzito da ciò, Scopa gli suggerisce di farsi pagare la metà del compenso dagli dèi gemelli. Avvisato che due giovani lo attendono, Simonide si allontana dal banchetto senza, però, trovare nessuno; è proprio durante la sua assenza che crolla il tetto della sala provocando la morte di tutti i presenti. Salvato dagli invisibili dèi, il poeta riuscì ad identificare i corpi maciullati ricordando i posti che occupavano a tavola. È Cicerone a narrare questo episodio nel De oratore - un dialogo in tre libri sulla natura e la funzione dell'eloquenza composto nel 55 a.C.- in cui afferma: «Egli [Simonide], pertanto, a quanti esercitino questa facoltà dello spirito, consiglia di fissare nel cervello dei luoghi e di disporvi quindi le immagini delle cose che vogliono ricordare. Con questo sistema l'ordine dei luoghi conserverà l'ordine delle idee, le immagini delle cose richiameranno le cose stesse, i luoghi fungeranno da tavolette per scriverci sopra e le immagini serviranno da lettere con cui scrivere». |
Oltre a quella di Cicerone, una descrizione della mnemonica per «luoghi» e «immagini» (loci e imagines) la si trova in altri due trattati di retorica.
- Institutio oratoria di Quintiliano - il maestro di retorica di maggior prestigio nella Roma del primo secolo – che comunque afferma: «Benché io non neghi che la memoria possa essere aiutata da luoghi e immagini, pure la memoria migliore si fonda su tre cose della massima importanza: studio, ordine e cura» (ibidem, p. 119).
- Ad Caium Herennium, un utile manuale compilato intorno all’86-82 a.C. da un ignoto autore che, attingendo a fonti greche sull’educazione della memoria, suggerisce alcune regole per luoghi e immagini.
Cicerone |
«La descrizione più chiara del processo [per ricordare i luoghi] è data da Quintiliano. Per formare una serie di luoghi nella memoria, egli dice, si deve ricordare un edificio, il più spazioso e vario possibile, con atrio, soggiorno, camere da letto, sale, senza dimenticare statue ed altri ornamenti che abbelliscono le stanze. Le immagini che devono richiamare il discorso […] sono poste con l’immaginazione nei luoghi dell’edificio già fissati nella memoria. Fatto questo, non appena la memoria dei fatti chiede di essere rivissuta, vengono visitati di volta in volta tutti questi luoghi e i vari depositi sono richiesti indietro ai loro custodi».
Quintiliano |
Per quanto riguarda la scelta delle immagini di «memoria per le cose», l’autore del trattato Ad Caium Herennium fornisce interessanti ragioni psicologiche.
«Ora la natura stessa ci insegna ciò che dobbiamo fare. Quando, nella vita di ogni giorno, vediamo cose meschine, usuali, banali, generalmente non riusciamo a ricordarle, perché la mente non ne riceve nessuno stimolo nuovo o inconsueto. Ma se vediamo o udiamo qualcosa di eccezionalmente basso, vergognoso, inconsueto, grande, incredibile o ridicolo, siamo soliti a ricordarcene a lungo. Per questa ragione dimentichiamo abitualmente cose vedute o udite poco addietro; ma ricordiamo spesso perfettamente avvenimenti della nostra infanzia. Non potrebbe essere così se non perché le cose abituali scivolano via facilmente dalla memoria, mentre quelle eccitanti e nuove si fissano più a lungo nella mente. Un’aurora, il corso del sole, un tramonto non sono sorprendenti per nessuno, perché accadono ogni giorno. Ma le eclissi di sole sono fonte di meraviglia, perché avvengono di rado, e quelle di sole meravigliano più di quelle di luna, essendo queste più frequenti. Così la natura mostra che essa non è turbata da eventi comuni e consueti, ma è scossa da un avvenimento nuovo e straordinario. […] Dobbiamo, dunque, fissare immagini di qualità tale che aderiscano il più a lungo possibile nella memoria. E lo faremo fissando somiglianze quanto più possibile straordinarie; se fissiamo immagini che siano non molte o vaghe, ma efficaci (imagines agentes), se assegniamo ad esse eccezionale bellezza o bruttezza singolare; se adorniamo alcune di esse ad esempio con corone o manti di porpora per rendere più evidente la somiglianza, o se le sfiguriamo in qualche modo, ad esempio introducendone una macchiata di sangue o imbrattata di fango o sporca di tinta rossa, così che il suo aspetto sia più impressionante; oppure attribuendo alle immagini qualcosa di ridicolo, poiché anche questo ci permette di ricordarle più facilmente. Le cose che ricordiamo facilmente quando sono reali, egualmente le ricordiamo senza difficoltà quando sono fittizie, se sono caratterizzate con cura. Ma sarà essenziale ripercorre rapidamente di quando in quando con il pensiero tutti i luoghi mentali originali al fine di rinfrescare il ricordo delle immagini».
(ibidem, p. 11)
Riguardo alla «memoria per le parole» l’autore invita ad utilizzare le stesse imagines agentes da attribuire ad ogni singola parola, sottolineando però che in tal caso necessita imparare prima a memoria il testo e poi rappresentarlo con le singole immagini.
Interpretazioni medievali
«Gli alfabeti visivi sono modi di rappresentare con immagini le lettere dell’alfabeto. Sono costruiti in vari modi: per esempio, con figure di oggetti la cui forma somiglia a lettere dell’alfabeto, come un compasso o una scala per A, o un bidente per N. Un altro modo è il ricorso a figure di animali o uccelli disposti nell’ordine della prima lettera dei loro nomi, come A per anser (oca), B per bubo (gufo)».
(ibidem, p. 109)
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Alfabeti visivi
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Sistema di memoria basato su un’abbazia (a sinistra)
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Nell’Ad Caium Herennium viene suggerito di contrassegnare ogni quinto locus con una mano e ogni decimo con una stessa immagine, in questo caso una croce. «Ovviamente c’è qui un’associazione con le cinque dita. Via via che la memoria procedeva lungo i luoghi, questi venivano spuntati sulla dita. […] Il libro a stampa renderà superflue queste smisurate memorie artefatte, affollate di immagini» (ibidem, pp. 100, 117).