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"A Venezia non era mai stato; ma non cessavo di sognarla, da quelle vacanze di Pasqua in cui si sarei dovuto andare, da ragazzo, anzi da prima ancora: dal tempo in cui, a Combray, Swann mi aveva regalato le stampe di Tiziano e le fotografie di Giotto. La vestaglia di Fortuny che Albertine indossava quella sera mi sembrava l’ombra tentatrice di quell’invisibile Venezia. Era tutta decorata di motivi arabi, come i palazzi veneziani, nascosti a mo’ di sultane dietro un velo traforato di marmo, come le rilegature della Biblioteca Ambrosiana, come le colonne i cui uccelli orientali, simboleggianti alternatamente la morte e la vita, ricorrevano nel luccichio della stoffa, di un blu intenso che, man mano il mio sguardo vi si addentrava, si mutava in un oro malleabile, per effetto di quelle stesse trasmutazioni che, davanti alle gondole che avanzano, cambiano in metallo fiammeggiante l’azzurro del Canal Grande. E le maniche eran foderate di un rosa ciliegia così specificamente veneziano che vien chiamato “rosa Tiepolo”. (La prigioniera, pag. 406)
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