FRANCESCO PETRARCA
Tornei per la conquista di Creta - 1364
[…] “nella basilica di San Marco, della quale non è, credo, cosa al mondo più bella, furono celebrate le più solenni feste di cui si serbi memoria, e intorno al tempio e sulla piazza si svolse una magnifica processione”. Si passò poi agli spettacoli, che “io vidi cogli occhi miei”. Dapprima ci fu una corsa a cavallo, nella quale “ventiquattro nobili garzoni, belli tutti della persona e magnificamente vistiti, si tolsero il vanto di far quella mostra di pubblica gioia”. Il gioco si svolgeva “senz’adoperare le armi, e presenta alcunché di guerriero solo perché i cavalieri correndo brandiscono le aste, imbraccian gli scudi e fanno svolazzare al vento seriche bandiere”. Seguì una giostra, in cui “si usano le armi, e ha sembianza di duello” nella quale i contendenti si mostrarono preparati “al maneggio de’ cavalli … all’impeto degli assalti, alla maestria delle difese, alla costanza del resistere. Campo ad ambedue gli spettacoli fu la piazza maggiore di questa città, che non credo abbia pari in tutto il mondo, e in prospetto del tempio che tutto risplende di marmi e d’oro”.
MARCEL PROUST
Alla ricerca del tempo perduto - 1922-1923
"La sera, uscivo da solo, nella città incantata, perdendomi fra quartieri sconosciuti come un personaggio delle Mille e una notte. Era rarissimo che non m’avvenisse di scoprire per caso, durante le mie passeggiate qualche piazza sconosciuta e spaziosa di cui nessuna guida, nessun viaggiatore mi aveva parlalo. Ero penetrato in un intrico di straducole, di calli. Di sera, con i loro alti camini svasati cui il sole reca i rosa più vivi, i rossi più chiari, sopra le case sembra fiorire tutto un giardino, con tanta varietà di sfumature che lo diresti, coltivato sulla città, il giardino d’un appassionato di tulipani di Delft o di Haarlem. E poi, l’estrema vicinanza delle abitazioni faceva d’ogni crocicchio la cornice dalla quale sogguardava fantasticando una cuoca, o una ragazza che, seduta, si faceva pettinare da una vecchia dal profilo, indovinato nell’ombra, di strega, tramutando in una esposizione di cento quadri olandesi giustapposti ogni povera casa silenziosa e contigua alle altre a causa dell’estrema strettezza di quelle calli. Compresse le une contro la altre, quelle calli dividevano in ogni direzione, con le loro scanalature, il settore di Venezia ritagliato fra un canale e la laguna, come se si fosse cristallizzato seguendo quelle forme innumerevoli, tenui e minuziose. D’improvviso, in fondo a una di quelle stradette, pareva che nella materia cristallizzata si fosse prodotta una distensione. Un vasto e sontuoso “campo”, che, in quella rete di stradicciole, certo non avrei saputo immaginare di tanta importanza, e al quale non avrei saputo dare spazio, si estendeva dinanzi a me, circondato da bei palazzi, pallido di chiaro di luna. Era uno di quei complessi architettonici verso i quali, in altre città, le strade si dirigono, vi conducono, designandoli. Qui, pareva intenzionalmente nascosto in un intrico di straducole, come quei palazzi dei racconti orientali dove nottetempo viene condotto un personaggio che, riaccompagnato a casa propria prima dell’alba, non deve saper ritrovare l’abitazione magica dove finirà col credere d’essere stato soltanto in sogno." (La fuggitiva, pag. 676)