MARCEL PROUST
Alla ricerca del tempo perduto - 1922-1923

"Carpaccio, che ho ricordato or ora, cioè il pittore che più spesso ci recavamo ad ammirare quando non lavoravo a San Marco, per poco non riaccese un giorno il mio amore per Albertine. Vedevo per la prima volta Il patriarca di Grado che esorcizza un indemoniato. Guardavo il bellissimo cielo incarnato e viola contro il quale si profilano quegli alti camini incrostati, che, con la forma svasata e la rossa corolla di tulipani, fanno pensare a tante Venezie di Whistler. Poi, il mio sguardo andava dal vecchio Rialto di legno, a quel Ponte Vecchio del Quattrocento con i suoi palazzi di marmo ornati di capitelli dorati; poi tornava al Canale dove le barche son guidate da adolescenti vestiti di rosa, con berretti piumati, simili, al punto da indurre in errore, ad un personaggio che evocava veramente Carpaccio nella scintillante Leggenda di Giuseppe di Sert, Strass e Kessler *[* balletto su musica di Richard Strass, rappresentato al teatro dell’Opéra di Parigi dalla compagnia di Sergej Djagilev nel maggio 1914]. Finalmente, prima di lasciare il quadro, tornai a guardare la riva, dove formicolano le scene della vita veneziana del tempo. Guardavo il barbiere che asciugava il rasoio, il negro col suo bariletto, le conversazioni dei musulmani, dei nobili signori veneziani vestiti di ricchi broccati e di damasco, con i tòchi di velluto color ciliegia, quando improvvisamente sentii al cuore come un morso leggero. Sulle spalle di uno dei giovani della Compagnia della Calza, riconoscibile dai ricami d’oro e di perle che tracciano sulle loro maniche o colletti l’emblema della allegra associazione cui erano affiliati, avevo riconosciuto il mantello […] di Fortuny che [Albertine] il giorno seguente aveva portato con sé e che poi nei miei ricordi non avevo mai più riveduto. Da quel quadro di Carpaccio, dunque, lo aveva preso quel geniale figlio di Venezia; lo aveva staccato dalle spalle del giovine della Compagnia della Calza per ammantarne quelle di tante Parigine che certo ignoravano, come fino allora io avevo ignorato, che il modello era in un gruppo di gentiluomini, in primo piano nel Patriarca di Grado, in una sala dell’Accademia di Venezia! […]"
(La fuggitiva, pagg. 671, 672)