Botticelli, sensibile portavoce del secondo Quattrocento fiorentino, seguendo le indicazioni delle teorie classiche disegnò corpi ideali, simbolo, come nell'antichità, di perfezione spirituale. Nei suoi dipinti mitologici rappresentò il "perfetto mondo ideale" teorizzato dai poeti e dai filosofi di corte. Per la prima volta protagonisti assoluti sono gli dèi pagani raffigurati a grandezza quasi naturale, misure fino ad allora riservate solo a soggetti sacri.

 

 

 

                                                                                                                

 

             Concetti chiave di Thomas Barin                                                                                          

Sandro Botticelli

Nascita di Venere, 1485

tempera su tela, 172-278 cm

Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Sicuramente è il quadro più famoso di Botticelli, ancora oggi tra i più discussi e commentati dalla critica. Le riproduzioni del volto della Venere si sono talmente diffuse nel mondo da diventare oggi quasi autonome, dotate di vita propria. È il simbolo stesso della bellezza, della leggiadria, della delicatezza dello spirito rinascimentale italiano.

Il corpo di Venere, bellissimo e aggraziato, cesellato e scultoreo poggia in modo del tutto irreale sulla conchiglia, accentuando l'impressione che si tratti di una creatura ideale, inesistente, una sorta di apparizione. La grandezza in scala naturale del corpo e il colore nitido evocano una statua antica. La testa inclinata dal lato della gamba flessa, tipico tratto prassitelico, la associa alla Venere dei Medici (copia greca o romana da un prototipo di Prassitele), la più famosa opera antica conservata a Firenze. Il corpo della dea sembra quello di un marmo perfettamente liscio e freddo cui l’artista ha aggiunto la capigliatura dorata, il verde acqua vetrificato degli occhi e i pochi tocchi d’incarnato.

La linea vi esercita un ruolo preminente nella definizione delle forme e nei giochi decorativi: basti notare la sottile increspatura delle onde, le insenature della costa, l'intrecciarsi di chiome e di corpi, l'ondeggiare delle vesti. Vasari nelle Vite ricorda la formazione di orefice del Botticelli. In questa suprema raffinatezza stilistica, campeggia Venere dal corpo morbidamente modellato che, nel suo biancore tagliente, si stacca dallo sfondo dipinto con colori tenui. La bellezza di Venere, che rappresenta l'ideale femminile botticelliano, è astratta, incorporea, fuori dai sensi, completamente spirituale.

“Una specie di assorta solitudine la allontana da noi come pure dalla sua esistenza sessuale. Si potrebbe dire che quella donna stia dimenticando, o non sappia ancora, quel che essa significa in modo assoluto per gli umani, e cioè l’Amore, di cui rappresenta, come tutti sanno, la divinità.” G.Didi-Huberman, Aprire Venere, p. 5.

L'immagine, fedele agli scritti di Ovidio, mostra il Vento Zefiro che soffia dolcemente, mentre l'Ora, annunciatrice della fioritura primaverile, come denota il suo abito fiorito,  porge il mantello a Venere.

La rappresentazione non parla solo della nascita della dea pagana dell'amore, ma anche del sorgere di quella Venere-Humanitas che, per gli eruditi dell'epoca, rappresentava la purezza e la disadorna bellezza generata dall'unione tra lo spirito e la materia.  

La favola antica di ispirazione neoplatonica rivive in un'atmosfera di sogno.   ab

 


 

 Leggi Sogno di Polifilo

F. COLONNA, Ipnerotomachia Poliphili, XXIII

La battaglia d’amore in sogno  di Polifilo, dove si mostra che tutte le cose umane altro non sono che sogno e dove, nel contempo, si ricordano molte cose degne in verità di essere conosciute.  

Cap XXIII

Polifilo descrive la meravigliosa struttura del fonte di Venere che si trova al centro dell’arena teatrale e come fu infranta la cortina e vide la divina Madre in tutta sua maestà e come essa impose il silenzio al canto delle ninfe, assegnando a Polia e a lui tre di esse ciascuno. Poi Cupido li ferì entrambi, la dea li asperse con l’acqua del fonte e Polifilo fu vestito di nuovo. Infine sopraggiunto Marte, chiesero licenza e partirono.

 

[…]  In medio la divina Venere stavasi nuda nelle perspicue et  limpidissime aquule insino supra ad gli ampli et divi fianchi; le quale non crasso, non gemino, non disfracto, non breve il cythereo corpo reddendo, ma integerrimo et simplice quale era, cusì, in ipso perfectamente se cerniva. Et circumcirca all'infimo grado suboliva uno spumamento che referiva olido mosco, cum tanto <l>umine trasparente il divino corpo cum praecipua perspicuitate quella maiestate et  venerabile aspecto obiectantise, quanto pretioso et  corruscante carbunculo agli solarii radii fulgura; cum facteze et mirando composito tra gli humani né viduto né unque meditato.

La quale havea, (o quanta cum venustate!) la sua obaurea caesarie amoena et delicatamente compta, supra la lactea et candifica fronte concinnamente irriciatula et concrispulata cum erranti et inquietuli vertigini, che di extendirsi erano capreolamente impediti et dalle rosee spalle da bellissime undicule alla sua libera effusione decoramente prohibiti. La facia rosea nivante, gli ochii syderei et luminosi cum amoroso et sanctissimo obtuto, le melule gene purpuree, la bucca angustula et purpurissimamente coralicea, domicilio et praediolo di qualunque fragrante germine; il pecto più che niveo thesaurizato, cum due tuberule mamillule omni inclinatione reluctante; il corpo eburissimamente glabello, divini sembianti, ambrosio immo di moscamine spirante spirito; il capillamento decorissimo poscia, quale tenuissimi fili aurei syrmati, supra le purgatissime aque non summergibili, ma in gyro sparsi longissimi, supernatabuli, nel'ostento aemuli dil comoso Phoebo nel sudo Olympo gli illuminanti radii irradiante; et supra li torcularei crinuli parte dilla venustissima fronte cum densa sobole et spiroso cumulamine praenitendo anteventuli et umbriculariamente contegenti fina alle exigule aure; dalle quale pendevano due ostentose margarite, quale ad essa nel Pantheon il dissecto unione a Roma non pendeva, né mai tale produsse la Taprobane insula di candore conspicue; ambiva una circinatura overo strophia implectante, di vermiglie, albicante et amoene rose verneamente intexta cum gemmule fulgurava.[…]

 

TRADUZIONE del passo dell’Ipnerotomachia Poliphili

Nuda, al centro stava la divina Venere, le terse, limpidissime acque fin sopra i floridi, sacri fianchi: non riflettevano ingrandite, sdoppiate, rifratte o scorciate le citeree membra, ma semplicemente intatte qualli erano, tanto che nel fonte le si potevano distinguere perfettamente. Tutto intorno al gradino più basso spumeggiava un gorgoglìo esalante un profumo di muschio, mentre la numerosa trasparenza di quel divino corpo emanava la veneranda maestà, la sublime lucentezza del suo spetto come ai raggi del sole sfolgora un prezioso e lampeggiante carbonchio: una meravigliosa armonia di forme, mai vista né immaginata dagli uomini. Sulla lattea e candida fronte i crespi riccioli dell’aurea, vaga capigliatura delicatamente pettinata cadevano, oh quanta bellezza!, con studiati, fuggevoli e mossi boccoli a viticcio e con bellissime ondulature che la trattenevano opponendosi elegantemente alla sua libera e fluente effusione sulle rosee spalle. Il roseo volto di neve, le fulgenti stelle degli occhi del sacro e amoroso sguardo, la leggiadra rotondità delle purpuree guance, la piccola bocca del più rosso corallo, dimora e ricettacolo dei più fragranti germogli, il petto uno scrigno di nevi, con due piccole turgide mammelle ribelli a ogni flessione, il corpo come levigatissimo avorio, divine sembianze spiranti ambrosia, anzi effluvi di muschio. La capigliatura era meravigliosa, come di sottilissimi fili d’oro sfrangiati che non affondavano nelle limpidissime acque, ma lunghissimi galleggiavano sparsi tutti intorno, prodigio che emulava la chioma di Febo irradiante il sereno Olimpo con i fulgidi raggi. Sopra i ritorti crini, che nascondevano parte della bellissima fronte, cresceva una folta massa di capelli flessuosi, splendenti ai venticelli contrari, che andavano a coprire ombreggiandole le piccole orecchie dalle quali pendevano due perle portentose, il cui eccelso candore non ebbero le due parti della grossa perla che ornarono la sua statua nel Pantheon a Roma, né di simili ne produsse mai l’isola di Taprobane. La incoronava una fascia che girava intrecciata di deliziose, primaverili rose bianche e rosse, trapunta di piccole, sfolgoranti gemme.

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