
GIOVANNI BELLINI
Venezia, Gallerie dell'Accademia
La scena ci presenta due uomini in primo piano, vestiti poveramente, che trasportano a fatica un’enorme conchiglia; il primo, mentre sta salendo dei gradini, si sostiene con un lungo bastone e volge la testa indietro, il secondo è tutto intento nel suo compito e mostra uno sguardo stupito, quasi spaventato. Dalla conchiglia, che attira subito inevitabilmente la nostra attenzione, esce per metà un altro uomo, nudo, magro, con i capelli arruffati e la lingua fuori dalla bocca. La sua posizione è inquietante perché ha le braccia avvolte trattenute da un lungo serpente dalla lingua biforcuta che affronta il volto dell’uomo e lo acceca. Sullo sfondo si delinea, con precisione di particolari, il perimetro delle mura di un’ideale città fortificata.
L’allegoria è stata interpretata come la personificazione dell’Invidia che risponde allo sguardo malevolo accecando e rendendo velenose le parole di chi ne è colpito.
Da notare che sul rialzo del gradino è stato impressa la firma di Giovanni Bellini.
CONCETTI CHIAVE
La consapevolezza che la manifestazione dell’Invidia avviene sempre in presenza di altre persone, nonostante sia così subdola da rimanere spesso nascosta, come in una conchiglia.
L’imbruttimento di chi si lascia deformare dall’Invidia.
L’accecamento come condanna inevitabile ed inesorabile che consegue dal “mal guardare” gli altri.
Il negativo persistere della “mala lingua”, da parte di chi è avvelenato da tale “serpente”.
La necessità e nel contempo la fatica di allontanare dal contesto sociale, la città, il vizio.
INVIDIA
Dante nel canto 13° del Purgatorio si trova a salire nella seconda cornice della montagna dove non vede nessuno in un paesaggio di colore livido. Proseguendo il cammino, sente delle voci che gridano.Virgilio spiega che lì ci si purifica della colpa dell’Invidia e che per vincere tale male vengono continuamente ricordati esempi di carità o di invidia punita. Su invito di Virgilio Dante guarda con attenzione e gli si offre uno spettacolo tristissimo che lo induce ad una forte compassione. Non avendo saputo in vita usare gli occhi che per soffrire del bene altrui o per godere del male del prossimo, gli invidiosi sono vestiti di cilicio, con gli occhi cuciti da fil di ferro, seduti sul ripiano col dorso appoggiato alla parete della cornice, sostenendosi a vicenda.
Purgatorio, canto 13, vv.67-75
E come a li orbi non approda il sole,
così a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
E’ signifacativo che nel canto che segue, il poeta, interpellato da due altri invidiosi sul luogo della sua nascita, risponda riferendosi al fiume Arno, senza però nominarlo espressamente. Uno dei peccatori allora esprime la sua meraviglia: la virtù non è mai fuggita in modo così grande in nessun luogo come fugge dalla Valle dell’Arno. Forse che l’Invidia sia alla radice dei molti mali che piagano la sua terra?
Purgatorio,
canto14, vv 37-42
vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond'hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
A chiudere il canto 14° del Purgatorio si presentano degli esempi di invidia punita, a ricordare fino a che punto si possa arrivare, se spinti dalla cieca invidia. Una voce improvvisa e forte come una folgore grida le parole disperate di Caino e subito dopo, quelle della giovane Aglauro che, per invidia della sorella, si oppose a Mercurio e che perciò da lui fu tramutata in sasso.
Purgatorio, canto 14, vv.130-139
Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
‘Anciderammi qualunque m'apprende’;
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende.
Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni sasso»;
Purgatorio,
canto 15, vv. 49-57
Perché s'appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a' sospiri.
Ma se l'amor de la spera suprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in quel chiostro».
La legge del CONTRAPPASSO in Dante
Confronta con l'allegoria dell'Invidia di Giotto