ANDREA PREVITALI
Allegoria della FORTUNA
Venezia,
Gallerie dell'Accademia![]()
ALLEGORIA DELLA FORTU
L’immagine presenta una strana creatura che, dalla metà del corpo in su, ritrae il busto nudo di una donna, con un lungo ciuffo di capelli al vento, gli occhi bendati e delle ali molto vistose. La metà inferiore del corpo ci mostra gli arti probabilmente di un grifone, la coda che sembra quella di un pavone e le zampe artigliate che si poggiano su due sfere d’oro. La “figura” tiene in mano due vasi, anch’essi dorati, in posizione obliqua come per versarne il contenuto.
L’allegoria è stata interpretata come la Fortuna, posta in posizione di primo piano rispetto ad un ampio, rigoglioso e dettagliato paesaggio: su di uno sfondo collinare cattura la vista un fiume che scorre con acqua abbondante.
CONCETTI CHIAVE
La casualità della fortuna che, capace di volare grazie alle sue ali, essendo però cieca, non vede dove va a poggiarsi.
L’instabilità e la mutevolezza della fortuna che si sostiene su due sfere destinate a muoversi velocemente, ad ogni alito di vento, e improvvisamente.
L’irrazionalità della fortuna che ammalia ma che anche lascia sconcertati, grazie al suo aspetto che indica la sua “duplice” natura.
L’incertezza dei suoi “doni”, pronti ad essere versati ma ambigui, imprevedibili e sconosciuti.
L’atmosfera dall’apparenza lieta e tranquilla che generalmente accompagna la fortuna quando è propizia.
FORTUNA
Dante nel canto 7° dell’Inferno, nel cerchio dove sono dannati gli avari e i prodighi, ci presenta la personificazione della Fortuna: è una donna posta da Dio a governare la terra e i beni materiali come gli altri cieli hanno altre guide che ne distribuiscono la luce.
Inferno, can.7 vv. 67-96
«Maestro mio», diss'io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!
Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch'ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i senni umani;
per ch'una gente impera e l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l'angue.
Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
Quest'è colei ch'è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s'è beata e ciò non ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
E ancora nel canto 15° dell’Inferno, tra i violenti contro Dio nella Natura, Dante incontra Brunetto Latini ricordando con nostalgia la sua “imagine paterna” soprattutto perché in vita - gli dice - “m’insegnavate come l’uom s’etterna” (v.85); e dato che quel maestro predice a Dante le sue future sventure egli risponde che desidera sia chiaro, purchè la sua coscienza non lo rimproveri, che è preparato al volgere della Fortuna.
Inferno, can.15 vv.91-96
Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra».