GIOVANNI BELLINI
Allegoria della MELANCOLIA (Malinconia)
Venezia, Gallerie dell'Accademia
Questa tavoletta ci mostra una donna dal volto un po’ triste e lo sguardo abbassato, seduta su di una barca, di cui però non si vede la prora e presumibilmente senza nessuno che la diriga, che sta cercando di tenere in equilibrio una grossa sfera. La accompagnano alcuni bambini nudi in atteggiamenti diversi: aggrappati a lei o all’instabile imbarcazione, che la aiutano nella sua vana opera, suonando una tromba o addirittura quasi travolti dall’acqua. Sullo sfondo si delinea un paesaggio collinare spoglio e desolato, reso ancor più emblematico dalla presenza di un tratto di una torre di una fortezza, circondata da un corso d’acqua. La barca sembra muoversi controvento e ciò si può notare dal vestito rigonfio sulle spalle della figura femminile che è stata interpretata come la Melancolia (o Malinconia).
La sensazione è che la Malinconia si lasci trasportare senza una meta ben definita.
CONCETTI CHIAVE
L’illusione, lasciandosi andare alla corrente, di potersi ancorare, aggrappare a qualcosa come una sfera, forse della fortuna, che comunica instabilità e incertezza.
Il vano e quasi pericoloso coinvolgimento di altri che, nella loro semplicità e ingenuità, seguono il “fluire” degli eventi.
La desolazione dell’ambiente, disabitato e anzi chiuso e lontano, che di solito fa da sfondo alle situazioni malinconiche.
MELANCOLIA – ACCIDIA
Dante al termine del canto 7° dell’Inferno si trova con Virgilio ad attraversare la tetra Palude Stigia, che raccoglie insieme, nel quinto cerchio, dannati di due peccati opposti: gli iracondi e gli accidiosi. Questi ultimi, che non seppero scegliere e prendere posizioni giuste di fronte alle esigenze della vita, sono immersi nel fango che impedisce loro di parlare per cui il poeta li sente gorgogliare.
Inferno, canto 7, vv. 103-108 / vv.121-126
L'acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand'è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
[…]
Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».
Nel canto 17° del Purgatorio, dopo una salita che porta i due poeti nella quarta cornice, Virgilio spiega a Dante che lì si purificano le anime degli accidiosi per ripagare di ciò di cui hanno indugiato nel mondo. Virgilio presenta poi l’ordinamento morale del Purgatorio che si fonda sulla teoria dell’Amore.
Purgatorio, canto17, vv 82-96 / 124- 128
«Dolce mio padre, dì , quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora».
«Né creator né creatura mai»,
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
Lo naturale è sempre sanza errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
[…]
Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange; or vo' che tu de l'altro
intende,![]()
che corre al ben con ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.