GIOVANNI BELLINIConcetti chiave

Allegoria della VERITÀ o VANITÀLeggi versi di Dante

Venezia, Gallerie dell'Accademia

 

ALLEGORIA DELLA VERIT

In questa rappresentazione allegorica una donna nuda, quindi priva di sofisticazioni terrene, sorregge con la mano destra uno specchio sul quale è riflesso il volto di un uomo, probabilmente il committente, che sembra essere invitato a riflettere sulla necessità di conoscersi. La donna, dal volto semplice e tranquillo, è sopra un piedestallo scolpito, come per far risaltare la sua importanza, sebbene alle sue spalle lo sfondo abbia un’architettura essenziale, costruita con mattoni a vista e priva di intonaco. Attorno a lei dei bambini danzano, suonano e giocano proprio perché la donna, interpretata come la Verità, dà loro un senso di sicurezza, serenità e gioia. E’ da notare che questa immagine allegorica è posta in un ambiente chiuso che lascia comunque intravedere l’esterno attraverso la finestra.

 

 

 

 

 

 

CONCETTI CHIAVE 

  


VERITA’

Giunti all’ultima salita, alle soglie del paradiso terrestre, Virgilio si congeda da Dante e lo rassicura: termina l’opera della ragione e comincia quella della fede, che sarà personificata da Beatrice. Dante ha potuto conoscere e conoscersi, vedendo i dannati dell’Inferno e i peccatori che scontano la loro pena nel Purgatorio. Ora il suo volere è “libero, dritto e sano” (v.140)

Purgatorio, canto 27, vv. 124-142

         Come la scala tutta sotto noi

      fu corsa e fummo in su 'l grado superno,

      in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

         e disse: «Il temporal foco e l'etterno

      veduto hai, figlio; e se' venuto in parte

      dov'io per me più oltre non discerno.

        Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;

      lo tuo piacere omai prendi per duce;

      fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.

         Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;

      vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli

      che qui la terra sol da sé produce.

         Mentre che vegnan lieti li occhi belli

      che, lagrimando, a te venir mi fenno,

      seder ti puoi e puoi andar tra elli.

         Non aspettar mio dir più né mio cenno;

      libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

      e fallo fora non fare a suo senno:

         per ch'io te sovra te corono e mitrio».

 

La conoscenza di sé e del mondo, per Dante  prosegue alla ricerca di ciò che si vede oltre l’umano. Il suo vedere non è solo degli occhi ma di tutta la persona e così, quasi alla fine del suo viaggio attraverso i cieli, nel canto 28° del Paradiso, Dante scorge come in uno specchio, negli occhi di Beatrice una luce abbagliante: è la visione di tutte le gerarchie angeliche sotto forma di nove cerchi di fuoco che ruotano a differente velocità intorno a un punto luminosissimo, Dio, la Verità somma che si mostrerà come eterna luce nell’ultimo canto del poema dantesco.   

Paradiso, canto 28, vv.1- 18

           Poscia che 'ncontro a la vita presente

        d'i miseri mortali aperse 'l vero

        quella che 'mparadisa la mia mente,

           come in lo specchio fiamma di doppiero

        vede colui che se n'alluma retro,

        prima che l'abbia in vista o in pensiero,

           e sé rivolge per veder se 'l vetro

        li dice il vero, e vede ch'el s'accorda

        con esso come nota con suo metro;

          così la mia memoria si ricorda

       ch'io feci riguardando ne' belli occhi

       onde a pigliarmi fece Amor la corda.

          E com'io mi rivolsi e furon tocchi

       li miei da ciò che pare in quel volume,

       quandunque nel suo giro ben s'adocchi,

          un punto vidi che raggiava lume

       acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca

       chiuder conviensi per lo forte acume;

mappa  su


La legge del CONTRAPPASSO in Dante

Confronta le allegorie del Ripa