Allegoria
della VERITÀ o VANITÀ![]()
Venezia, Gallerie dell'Accademia
ALLEGORIA DELLA VERIT
In questa rappresentazione allegorica una donna nuda, quindi priva di sofisticazioni terrene, sorregge con la mano destra uno specchio sul quale è riflesso il volto di un uomo, probabilmente il committente, che sembra essere invitato a riflettere sulla necessità di conoscersi. La donna, dal volto semplice e tranquillo, è sopra un piedestallo scolpito, come per far risaltare la sua importanza, sebbene alle sue spalle lo sfondo abbia un’architettura essenziale, costruita con mattoni a vista e priva di intonaco. Attorno a lei dei bambini danzano, suonano e giocano proprio perché la donna, interpretata come la Verità, dà loro un senso di sicurezza, serenità e gioia. E’ da notare che questa immagine allegorica è posta in un ambiente chiuso che lascia comunque intravedere l’esterno attraverso la finestra.
CONCETTI CHIAVE
La semplicità e naturalezza della Verità che si presenta sempre nuda in quanto, per sua natura, non si lascia coprire e camuffare.
La “conoscenza” di sé stessi come corretto equilibrio tra “mondo” fisico e spirituale.
La naturale condizione di serenità e di gioia che tende ad esternarsi quando è la Verità al centro delle situazioni.
La finestra può significare che sebbene la Verità debba nascere all’interno di ognuno, comunque trova sempre uno sbocco per uscire e farsi conoscere: si diffonde all’esterno e, a sua volta, trae luce da quanto le sta attorno.
VERITA’
Giunti all’ultima salita, alle soglie del paradiso terrestre, Virgilio si congeda da Dante e lo rassicura: termina l’opera della ragione e comincia quella della fede, che sarà personificata da Beatrice. Dante ha potuto conoscere e conoscersi, vedendo i dannati dell’Inferno e i peccatori che scontano la loro pena nel Purgatorio. Ora il suo volere è “libero, dritto e sano” (v.140)
Purgatorio,
canto 27, vv. 124-142
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov'io per me più oltre non discerno.
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio».
La conoscenza di sé e del mondo, per Dante prosegue alla ricerca di ciò che si vede oltre l’umano. Il suo vedere non è solo degli occhi ma di tutta la persona e così, quasi alla fine del suo viaggio attraverso i cieli, nel canto 28° del Paradiso, Dante scorge come in uno specchio, negli occhi di Beatrice una luce abbagliante: è la visione di tutte le gerarchie angeliche sotto forma di nove cerchi di fuoco che ruotano a differente velocità intorno a un punto luminosissimo, Dio, la Verità somma che si mostrerà come eterna luce nell’ultimo canto del poema dantesco.
Paradiso, canto 28, vv.1- 18
Poscia che 'ncontro a la vita presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia mente,
come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se n'alluma retro,
prima che l'abbia in vista o in pensiero,
e sé rivolge per veder se 'l vetro
li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
con esso come nota con suo metro;
così la mia memoria si ricorda
ch'io feci riguardando ne' belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com'io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
La legge del CONTRAPPASSO in Dante
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