Eros
è il dio dell’ amore, dal nome greco che significa “amore carnale”. Molte
sono le versioni della sua nascita divina.
Esiodo
racconta che Eros nacque al principio dei tempi, uscendo dal Caos insieme a
Tartaro e a Gea e che provocò l’unione del
padre originale e della madre, Urano e Gea; senza di lui dunque non sarebbero
potuti nascere né dei né eroi. Seguendo questa versione Eros rappresenta la
personificazione del potere di generare ed è perciò antecedente ad Afrodite,
la dea dell’amore. Un’altra
versione, invece, ce lo presenta come il figlio di Afrodite e Ares (Venere e
Marte).
In
tempi ellenistici, in arte e in letteratura, venne rappresentato come un bambino
alato e armato di frecce per colpire i cuori; si diceva che alcune delle sue
frecce fossero con la punta d’oro per far innamorare, mentre altre
l’avessero di piombo per allontanare dalla passione.
Virgilio
narra come Venere riuscì a convincere Eros a far innamorare Didone di Enea.
Come
protagonista Eros è ricordato nel mito di Eros e Psiche.
Oltre al suo aspetto alato i suoi simboli sono dunque la faretra, le frecce, la benda che a volte gli copre gli occhi e il carro tirato da quattro cavalli bianchi, secondo la descrizione nel Trionfo d’Amore di Petrarca (oppure da montoni, animali notoriamente associati alla sessualità).

ANTEROS - IMENEO
Associata
alla figura di Eros c’è quella di Anteros, suo fratello, simbolo dell’amore
reciproco che cioè si accresce e si rafforza perché ricambiato. Sin
dall’antichità si conosceva questo secondo aspetto dell’amore. Si narra che
Venere fosse preoccupata perché Eros sembrava
non crescere più per cui, su indicazione del suo stesso figlio, gli mise
accanto come unico rimedio un fratello che potesse curarlo.
“Gli
umanisti del Rinascimento distinguevano fra due tipi di amore: l’amor sacro
suscitato dalla contemplazione del divino; e l’amor profano sentimento
comune, terreno, sensuale. Questo dualismo era solitamente raffigurato tramite
una doppia Venere o un duplice Cupido: anche la lotta di Eros e Anteros aveva lo
stesso significato” . ( J. Hall, Dizionario
dei soggetti e dei simboli nell’arte).
Anteros o Imeneo porta l’attenzione verso l’amore coniugale, in particolare come protettore delle giovani spose e delle nozze.
Imeneo era, infatti, adorato come dio delle nozze, veniva invocato in quell’occasione perché proteggesse gli sposi e fosse loro favorevole.
Celebre è il Canto di Imeneo del poeta latino Catullo
Si
racconta che gli antichi invocassero durante le nozze solo le “cose che
potessero dare buon augurio e felicità”. Pregavano quindi anche Imeneo perché
“dopo molti travagli e gravi pericoli egli ottenne le desiderate nozze con
felicissimo successo”.
La
novella è questa:
Imeneo
era un giovane ateniese, figlio di Apolline e della musa Calliope; era così
bello e il suo volto così delicato che veniva scambiato per una giovinetta.
Capitò che Imeneo si innamorasse di una bella e nobilissima giovane della quale
non osava sperare l’amore perché la sua condizione di sangue e di ricchezza
era di troppo inferiore rispetto a quella della famiglia di lei. Perciò la
seguiva dovunque, facilitato dal fatto che il suo aspetto gli permetteva di
confondersi con le altre giovani che accompagnavano la sua amata. Ingannando gli
altri ma ancor più sé stesso, un giorno, mentre si trovava con le giovani
ateniesi fuori della città per sacrificare a Cerere Eusina, avvenne che egli
fosse rapito, insieme a tutto il gruppo di ragazze, da dei corsari, arrivati
quasi all’improvviso. Costoro, dopo aver percorso un lungo tratto di strada,
affaticati per l’impresa e sicuri delle loro prede, si addormentarono. Imeneo
allora prese l’occasione per liberare le giovani rapite uccidendo tutti i
predoni prima che si svegliassero. Portate poi al sicuro le fanciulle, se ne
tornò in città e promise agli Ateniesi di restituire “le già perdute
figliole se volevano dare a lui per moglie quella che egli amava cotanto”.
Considerando il suo valore, gli fu accordato volentieri quanto chiedeva.
“Fatte le solenni e liete nozze, visse poi con quella felicemente per tutta la
vita”.
Gli
antichi erano soliti rappresentare Imeneo come “un bel giovane coronato di
diversi fiori e di verde persa, che teneva una facella accesa [fiaccola accesa]
nella destra mano e nella sinistra aveva quel velo rosso, o giallo che fosse,
col quale si coprivano il capo e la faccia le nuove spose la prima volta che
andavano a marito”. (V. Cartari)
La
presenza del velo si ricollega ad una usanza degli antichi Romani: la sposa del
sacerdote romano infatti era solita coprirsi con un velo simile,
considerando che a costoro non era concesso alcun divorzio. Quel velo serviva a
dimostrare il desiderio “che quel matrimonio non avesse da sciogliersi mai”.
Nello stesso tempo quel velo sembra significasse “la onesta vergogna della
sposa” ovvero il Pudore che veniva adorato come dio.
La raffigurazione di Imeneo si completava con “due socchi gialli a’ piedi”: una specie di scarpe che si usavano nelle commedie e che portavano anche le donne.
VENERE e ADONE
Adone è un dio di origine asiatica; la parola semitica “adon” infatti significa “signore-padrone” e rientra tra le figure delle “divinità che muoiono e risuscitano”. Il suo culto era molto diffuso e sempre collegato a quello di Afrodite. Alla sua morte, dal suo sangue spuntarono anemoni e roselline mentre la sua anima sprofondava negli Inferi. Afrodite implorò Zeus che glielo restituisse almeno per una parte dell’anno; ciò fu concesso: Adone infatti passa la parte più cupa e triste dell’anno in compagnia di Persefone, mentre quella solare, estiva, con Afrodite e questo sta a simboleggiare il ciclo annuale della vegetazione che rinasce ciclicamente.
Il
mito racconta che Adone sia nato dall’unione incestuosa di Mirra con il padre
Cinira, re di Pafo a Cipro: avendo, forse, la giovane trascurato il culto di
Afrodite quest’ultima la fece innamorare del padre; aiutata da una nutrice la
giovane passò la notte con il padre e concepì Adone. Si racconta che quando il
padre se ne accorse la voleva uccidere ma gli dèi la trasformarono in albero, o
forse fu la stessa Mirra a chiedere agli dèi di essere trasformata per la
vergogna. In seguito l’albero fu spaccato dalla carica di un cinghiale e dalla
fessura uscì Adone.
Afrodite,
impressionata dalla bellezza del neonato, probabilmente perché sfiorata
involontariamente da una freccia di Cupido, lo nascose in un cofanetto e lo
affidò a Persefone (regina dell’Oltretomba). Anche questa però, aperto il
bauletto, si innamorò del neonato e si rifiutò di restituirlo ad Afrodite
tanto che dovette intervenire Zeus per dirimere la questione. Esistono, a questo
punto, due versioni della vicenda: Zeus stabilì che Adone passasse un
terzo dell’anno con ciascuna dea e il resto dell’anno a suo piacimento, ma
il giovane decise di passare anche quest’ultimo terzo con Afrodite, certamente
spinto a ciò dal cinto magico che la dea indossava. Un’altra versione ci
racconta che la musa Calliope stabilì che Adone passasse metà dell’anno con
ciascuna dea.
Nel
periodo in cui Adone stava con Afrodite perse la vita così come l’aveva
ricevuta: caricato da un cinghiale che lo assalì mentre cacciava nella foresta.
Grandissimo fu il dolore della dea che fece nascere l’anemone rosso dal sangue
che il giovane aveva perduto alla sua morte. Anche se morto a lui fu concesso di
ritornare sulla terra per un periodo dell’anno.

Nell’iconografia
due sono generalmente le scene che ritraggono la vicenda:
Adone
che si appresta a partire per la caccia, armato della sua lancia e con i
cani, mentre Afrodite-Venere cerca di trattenerlo, invano.
Afrodite
-Venere è affranta sopra il corpo esanime del suo amato, in seguito alla
ferita mortale di un cinghiale, mentre Cupido sta a guardare.
VENERE e MARTE
Per
i Greci il dio della guerra si chiamava Ares, Marte per i Latini. Ares è
l’unico figlio di Zeus avuto dalla legittima moglie Era ed è uno dei dodici
grandi dèi dell’Olimpo. Egli ama il fragore e la battaglia mentre sua sorella
Eris suscita sempre nuove guerre e alimenta gelosie. I due non parteggiano per
una o l’altra delle città ma combattono come l’umore ispira loro. Tutti gli
dèi odiano Ares, tranne Afrodite, che nutre per lui una passione malsana, e Ade
pronto ad accogliere le anime dei valorosi morti in battaglia. Va ricordato che
comunque Ares non fu sempre vittorioso.

La
relazione tra Afrodite-Venere e Ares-Marte fu bruscamente interrotta in quanto
Elio, il Sole, avvertì Efesto-Vulcano del tradimento. Costui costruì una rete
sottilissima, praticamente invisibile, ma molto robusta che fissò sopra il suo
letto in modo da catturare i due amanti. Ciò avvenne ed Efesto chiamò gli dèi
dell’ Olimpo come testimoni: gli dèi accorsero schernendoli, mentre le dee
per pudore non parteciparono. Alla fine Poseidone chiese ad Efesto di liberarli
a condizione che Ares gli pagasse un riscatto.
Nell’iconografia spesso Venere e Marte giacciono insieme. Il dio solitamente dorme, con la testa all’indietro mentre alcuni amorini giocano con le sue armi abbandonate.
VENERE e ANCHISE
Anchise
era figlio di Capi e re della Dardania. Costui con astuzia rubò alcuni dei
celebri cavalli di suo zio Laodomonte (discendenti delle giumente che Zeus aveva
regalato a Troo per ripagarlo del rapimento di Ganimede) per farle unire con le
sue giumente. Il mito racconta che Zeus, sempre tentato dall’avvenenza di
Afrodite, per punirla dei tradimenti con molti degli dèi dell’Olimpo la fece
innamorare di un mortale: Anchise. Un giorno, mentre il giovane pascolava le sue
mandrie sul monte Ida, gli venne incontro Afrodite travestita da principessa
frigia, con il corpo avvolto in un manto di un bel rosso smagliante: i due
giacquero su un letto di pelli d’orso e di leone, mentre le api ronzavano loro
attorno. Dalla loro unione nacque Enea. Al mattino la dea rivelò ad Anchise la
sua identità e gli fece promettere che non avrebbe mai rivelato a nessuno
l’accaduto; il giovane temeva d’essere ucciso, avendo visto il corpo nudo
della dea ma quest’ultima lo rassicurò e anzi gli disse che il loro figlio
sarebbe diventato famoso. Generato Enea, la dea lo tenne con sé per cinque
anni, riportandolo poi al padre Anchise il quale però, un giorno, mentre si
trovava a bere in compagnia di alcuni amici, si vantò d’essere stato con
Afrodite. Zeus per punirlo gli scagliò una folgore per ucciderlo ma la dea lo
protesse con la magica cintura per cui egli fu soltanto colpito, rimanendo
perennemente zoppo. Al momento della guerra di Troia Anchise era troppo vecchio
per combattere: al suo posto si mise in luce proprio Enea che, alla caduta della
città, lo portò sulle spalle sottraendolo alle fiamme.
La leggenda racconta che Anchise seguì il figlio con la missione di fondare una nuova Troia (che sarà la futura Roma, fondata da Enea). Secondo la tradizione morì in Arcadia e fu seppellito vicino al monte Anchisa. Quando poi Enea raggiunse l’Italia, a Cuma, la Sibilla lo accompagnò nell’Oltretomba dove potè incontrare l’ombra del padre che gli rivelò il destino del suo popolo e che gli fece vedere le anime dei personaggi più famosi di Roma, che sarebbero nati successivamente, rendendo gloriosa la sua stirpe. Un’altra versione ci presenta Anchise che muore in Sicilia, a Drepano.
VENERE e PARIDE
Paride
è figlio di Priamo, re di Troia, e di Ecuba, sua moglie. La leggenda narra che
sua madre, poco prima di partorire sognò di dare alla luce un tizzone ardente a
causa del quale la città veniva incendiata e distrutta. Cassandra consigliò
allora di consegnare il piccolo ad un pastore che lo portasse sul monte Ida e lo
uccidesse. Egli però sopravvisse, allevato dai pastori, e divenne un giovane
dalla bellezza straordinaria. Un giorno suo padre Priamo mandò alcuni uomini
sul monte Ida per catturare un toro come premio per i giochi funebri che si
sarebbero celebrati; fu preso il toro preferito da Paride che, per riaverlo,
seguì fino a Troia quegli uomini con l’intenzione di partecipare ai giochi e
riconquistare l’animale. In quell’occasione si dimostrò così coraggioso da
scatenare la gelosia degli altri figli del re. Paride per sfuggire ai loro colpi
si rifugiò presso l’altare di Zeus dove l’indovina Cassandra lo riconobbe:
Priamo però lo riaccolse, dimentico dell’antico sogno della moglie. Il
giovane andò poi sposo ad una ninfa, Enone, con la quale visse sempre sulla
montagna che l’aveva visto crescere.
A questo punto il mito ci presenta Paride come giudice della disputa tra le tre dee Era, Atena, Afrodite su chi di loro fosse la più bella. La questione era sorta in occasione delle nozze di Peleo e Teti, quando Eris (la Discordia), unica non invitata, si infuriò e gettò la famosa mela d’oro sulla quale era scritto “alla più bella”. Zeus infatti non volle fare da giudice e inviò il suo messaggero Mercurio da Paride perché decidesse al posto suo. Era-Giunone promise a Paride il dominio dell’Asia e molte ricchezze; Atena-Minerva gli offrì la vittoria in tutte le battaglie; infine Afrodite lo ammaliò con la promessa che avrebbe avuto l’amore della donna più bella del mondo, descrivendogli Elena, moglie di Menelao re di Sparta. Senza indugio la scelta di Paride fu a favore di Afrodite che da allora lo protesse, permettendogli di rapire e sposare Elena, motivo che fece scoppiare la guerra di Troia. Dopo la distruzione della città, Paride ritornò ferito dalla ninfa Enone che, pur essendo in grado di guarirlo, lo rimandò indietro, dove morì.