IL RESTELLO di VINCENZO CATENA

 

 

Cos’era un “RESTELLO” da toeletta?

Era un mobiletto di lusso, più o meno adornato, molto diffuso nella Venezia di fine ‘400 quando Bellini dipingeva.

Il mobile era costituito da due antine, dipinte all’interno, che si aprivano e mostravano al centro uno specchio. Ogni tavoletta portava una piccola cornice di legno.

La base del mobile era costituita da una specie di cassetto per contenere e mettere in mostra ricchi e ricercati pettini e oggetti da toeletta.

 

Il restello originale, che con buona probabilità ospitava le tavolette, è andato perduto. Le immagini dipinte erano disposte con un certo criterio in modo che chi lo apriva, per guardarsi allo specchio, fosse invitato anche a riflettere su alcuni vizi e virtù. Le tavolette nel tempo hanno avuto varie interpretazioni, in quanto il loro significato è legato ai simboli che le accompagnano e che non sempre sono stati letti in modo univoco. 

Gli ultimi studi sono orientati nel classificarle come segue:

MELANCOLÌA (Malinconìa)

VERITA' o VANITA'

PERSEVERANZA

INVIDIA

Nel testamento del pittore Vincenzo Catena, del 1530, si legge di un restello dipinto da Giovanni Bellini con delle allegorie; l’ultima tavoletta porta su un gradino l’autografo di Bellini,  per cui le quattro allegorie sono state a lui attribuite.

 


Cosa si deve notare in una ALLEGORIA?

Tutti gli elementi hanno un significato proprio: ci vogliono comunicare qualche cosa.

Guarderemo allora:

 Certamente per una analisi completa del dipinto, sempre in chiave allegorica, si valuteranno anche l’uso del colore, i legami simbolici  tra diverse immagini, l’uso dei simboli riferito al contesto storico culturale in cui il pittore viveva e nel quale era chiamato ad esprimersi.


 Scopri i collegamenti fra nelle quattro tavolette del restello

1. Quali sono i vizi?

2. Quali sono le virtù?

3. Dominano le figure femminili o quelle maschili?

4. Ti sembra un caso che le tavolette in alto presentino figure singole principali e quelle in basso ci mostrino invece due o più personaggi ?

5. Il paesaggio è stato pensato in modo da unire tutte 4 le tavolette?

6. Aprendo le portine di questo “restello” cosa ti verrebbe da pensare?

1. A e D       2. B e C       3. Sono ugualmente distribuite 

5. La linea dell’orizzonte nei quattro paesaggi è uniforme

 


La quinta allegoria : LA FORTUNA

Una quinta tavoletta, di dimensione leggermente  più grande, di stile un po’ diverso rispetto alle quattro di attribuzione belliniana e dall’interpretazione ancora più difficile, è di Andrea Previtali.

Rappresenta la Fortuna e presumibilmente era collocata in un restello simile a quello che è qui considerato.


 

T. Pignatti in una scheda filologico-critica, nel 1969, così scriveva a proposito delle tavolette attribuite a Giovanni Bellini.

“La serie, conservata nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, si compone di cinque pezzi, che evidentemente facevano parte della decorazione di un mobile. Fu il Cavalcaselle (1871) a ricollegarli al “restello di nogara con zerte figurete … de miser Zuan Belino” ricordato dal pittore Vincenzo Catena nel suo testamento del 1530. Tale “restello” doveva essere, come risulta anche dagli studi del Ludwig [ “IF” 1906], una sorta di mobiletto fornito di specchio, cui si appendevano gli oggetti di toeletta: le cinque piccole tavole vi erano presumibilmente inserite con incorniciature. Le figurazioni simboliche, che hanno dato luogo a diverse interpretazioni [Moschini Marconi, 1955], vengono prevalentemente intese come: Perseveranza, Incostanza, Prudenza, Maldicenza e Summa Virtus (mostro alato dal volto di donna identificato anche con la Fortuna). I cinque dipinti furono generalmente attribuiti a Bellini fino alla precisazione del Longhi [1946], che assegnò la Summa Virtus al Previtali, concorde la critica successiva. La datazione è posta per lo più sul 1490, nel periodo cioè in cui Bellini si pose insistentemente il problema del paesaggio. Specialmente nelle tavolette dell’Incostanza e della Maldicenza la natura prende una parte rilevante, partecipando con armonioso equilibrio al ritmo umanistico delle figurazioni, non aliene, tra l’altro, da una sorta di ispirazione neoclassicistica, del tutto consona alla cultura figurativa veneta sullo scorcio del secolo”.

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